Si può uscire dall’euro: ecco come

di Leonardo Mazzei da Sollevazione

Un formidabile saggio di Leonardo Mazzei. Una guida pratica che spiega, a chi abbia già capito i perché, i COME si possa e si debba uscire dalla gabbia della moneta unica e riconquistare sovranità monetaria. “Non sarà una passeggiata ma l’Italia ha tutto da guadagnare”. Cinque , in risposta agli euroinomani ed ai seguaci di T.I.N.A., i temi sviscerati: 1) la svalutazione, 2) l’inflazione, 3) la fuga dei capitali, 4) la ridenominazione del debito, 5) il presunto isolamento dell’Italia e le sue dimensioni ritenute troppo piccole per ritornare alla sovranità monetaria. Buona lettura.*

Quelli che… ormai è troppo tardi

Che l’euro sia un grave problema per l’economia italiana viene ormai riconosciuto con sempre maggior frequenza. Ma mentre la platea degli ultras della moneta unica si va pian piano svuotando, viene invece a riempiersi quella di chi, pur ammettendo i danni prodotti, sa solo concludere che ormai è troppo tardi per uscirne.

Insomma, se fino a qualche tempo fa si doveva assolutamente restare nell’eurozona per i presunti benefici di questa collocazione – moneta “forte”, aggancio a sistemi produttivi considerati più avanzati, tutela del risparmio, eccetera – oggi si tende ad evidenziare i problemi connessi all’uscita. Segno dei tempi, senza dubbio, ma anche della manifesta impossibilità di continuare a sostenere la bontà di una scelta che ha fatto sprofondare l’Italia nella crisi più grave degli ultimi ottant’anni.

Certo, la recessione scoppiata nel 2008 ha avuto una dimensione non solo europea, ma il fatto che si sia rivelata più profonda e prolungata proprio nell’Unione, ed ancor più nell’eurozona, qualcosa dovrà pur dirci. Tanto più che tra i benefici dell’euro doveva esserci pure quello di attenuare i cosiddetti shock esterni. E’ avvenuto invece il contrario, come dimostrato da tutti gli indicatori economici: da un lato l’Unione Europea è l’area dove la crisi ha picchiato più duro, dall’altro l’euro ha aumentato le asimmetrie tra le varie economie nazionali che la compongono. Detto in altri termini, la moneta unica ha innescato un meccanismo di redistribuzione della ricchezza al contrario, avvantaggiando i paesi più ricchi (Germania in primis) a danno di quelli considerati “periferici”. Tra questi l’Italia.

Naturalmente, il nostro Paese non è l’unico ad essere profondamente danneggiato dall’euro, basti pensare al drammatico caso della Grecia. Né le negative conseguenze della moneta unica sono solo di tipo economico, dato che il vincolo esterno così prodotto colpisce a morte la stessa democrazia parlamentare. Diversi sono dunque i motivi per tornare alla moneta nazionale: dalla riconquista della sovranità democratica, al recupero del controllo dello strumento monetario come mezzo decisivo per realizzare una politica economica volta ad uscire dalla crisi ed a contrastare la disoccupazione.

Chi scrive non ha dunque dubbi sulla necessità di uscire dall’euro e dalla stessa UE, ben sapendo al tempo stesso che per ottenere una vera svolta l’uscita è sì necessaria ma da sola non sufficiente. Ma una necessità di questa portata è senz’altro una priorità assoluta. Anche perché, senza uscita dalla gabbia dell’euro, ogni ipotesi di vera ripresa (e dunque di lotta alla disoccupazione) non si regge in piedi. Il decennio alle nostre spalle è lì a dimostrarlo.

Colpisce come di fronte al disastro economico di questi anni i difensori della moneta unica si stiano ora asserragliando dietro ad una campagna terroristica, ricca di argomenti irrazionali come di affermazioni assolutamente false. E’ di questo che vogliamo occuparci in questo articolo, dedicato in primo luogo a quanti, pur variamente collocati, ci propongono grosso modo un solo ragionamento: sì, è vero, l’euro crea problemi, aderirvi è stato forse un errore, ma ormai è troppo tardi, visto che uscirne adesso sarebbe una catastrofe. Un esempio di questo modo assurdo di affrontare le cose è condensato in questa frase, che chiude un articolo di Giorgio Lunghini sul Manifesto del 23 settembre 2016:

«In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire». [1]

Il fatto è che una vera e propria catastrofe economica e sociale è già in atto da anni. Dal 2008 l’Italia ha perso 9 punti di Pil ed il 25% della produzione industriale, mentre la disoccupazione è andata alle stelle, con quella giovanile oltre il 40%. Ecco, prima di annunciare le catastrofi del futuro (dovute all’uscita dalla moneta unica, che d’ora in poi chiameremo per comodità Italexit), bisognerebbe confrontarsi con quelle del presente, anche perché rimanendo nell’euro l’unico futuro che possiamo immaginare è, nella migliore delle ipotesi, quello di una prolungata e micidiale stagnazione. Micidiale in particolar modo sul piano sociale, per i suoi effetti di impoverimento generale, di precarizzazione senza sbocchi per i giovani, di marginalizzazione crescente di intere categorie (come i pensionati), di regresso complessivo nei campi della scuola e della sanità.

Ma uscire “non sarà una passeggiata”, così ci ammoniscono i difensori dello status quo. Grazie, ma lo sapevamo già. Il fatto è che ormai sono rimasti in pochi a poter passeggiare liberi dalle preoccupazioni per il domani. Il raffronto non va dunque fatto tra i problemi connessi all’Italexit ed una (inesistente) situazione altrimenti positiva. L’unico raffronto serio che possiamo e dobbiamo fare è tra quei problemi e l’insostenibilità della situazione attuale.

D’altronde, se si ammette che l’euro è un problema, perché non mettere al centro la riflessione su come venirne fuori? Certo, alcuni insistono sulla strada della “riforma”: riforma dell’UE, dei trattati, della stessa Bce. Peccato si tratti di riforme impossibili, dato che l’Unione Europea non è nata per la costruzione di un’Europa solidale, bensì per dare forma ad un’area in cui i demoni del neoliberismo potessero dispiegarsi senza ostacoli. Che è poi quello che è realmente avvenuto. Ma la sentenza definitiva sull’irriformabilità dell’UE (e dunque dell’euro) ce l’hanno fornita i fatti, a partire dallo strozzamento finanziario applicato alla Grecia nel 2015.

Ma poi, per quale motivo una moneta dovrebbe essere “irreversibile” (come ogni tanto afferma Draghi) [2] e dunque eterna? Curioso, ma rivelatore, questo pittoresco atteggiamento antistorico: più una nuova credenza religiosa in tempi di profonda secolarizzazione, che un argomento razionale da discutersi con gli strumenti della ragione.

Ed è forse proprio per la natura dogmatica di questa posizione che i problemi reali dell’Italexit vengono sempre posti in maniera distorta ed oltremodo esagerata. In proposito potremmo citare un vasto campionario di svarioni e di vere e proprie stupidaggini. Qui ci limiteremo ad affrontare i cinque temi che più insistentemente vengono lanciati nella campagna terroristica che vorrebbe convincerci che proprio non possiamo farci niente, che non ci sono alternative alla gabbia dell’euro, che il TINA (There is no alternative) della signora Tatcher l’avrà vinta ancora una volta.

I cinque temi in questione sono i seguenti: 1) la svalutazione, 2) l’inflazione, 3) la fuga dei capitali, 4) la ridenominazione del debito, 5) il presunto isolamento dell’Italia e le sue dimensioni ritenute troppo piccole per ritornare alla sovranità monetaria.

Sono cinque temi da sempre branditi dalla propaganda filo-euro, quelli che dovrebbero chiudere il discorso rispetto ad ogni prospettiva di uscita. Viceversa, cercheremo di dimostrare non solo le falsità di quella propaganda, ma pure la gestibilità di un passaggio certo difficile, ma comunque affrontabile oltreché inevitabile, come quello dell’Italexit. Agli argomenti di un terrorismo da quattro soldi che ormai convince sempre meno, come si è visto nel caso della Brexit, tenteremo di contrapporre un ragionamento che, senza negare i problemi, cercherà di ricondurli alla loro effettiva consistenza.

1. L’Italexit e la svalutazione

Partiamo dal tema della svalutazione, quello maggiormente usato per incutere terrore. Eppure le svalutazioni, come pure le rivalutazioni, sono fatti economici che avvengono di continuo senza che ciò determini alcuna catastrofe. Anzi, il più delle volte la maggioranza delle persone neppure si accorge di queste variazioni nei cambi. Ovviamente è tutta una questione quantitativa, perché una svalutazione del 10% non produce le conseguenze di una del 50%. Dunque, gli effetti – sia quelli positivi che quelli negativi – andrebbero valutati in base all’entità della svalutazione attesa. Ma questo vorrebbe dire ragionare, che è l’esatto opposto della volontà di spaventare. Ecco allora (ma sono solo due esempi tra i tanti) che il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana sparacchia un 30% [3] , mentre il già citato Lunghini (perché porsi limiti?) arriva al 50/60%.

Si tratta di cifre campate in aria, tant’è che chi le sbandiera non porta mai vere argomentazioni a sostegno. E la poca serietà di questi numeri è provata dal fatto che costoro parlano sempre di una forte svalutazione della nuova lira, ma mai ci dicono verso quali altre valute. In ogni caso, se ci si riferisce a quel che rimarrebbe dell’euro, nel caso di un’uscita della sola Italia, queste cifre non stanno né i cielo né in terra. Se si parla del dollaro idem. Se invece ci si vuol riferire al nuovo marco tedesco è possibile anche un’oscillazione intorno al 30%, ma non tanto per una svalutazione della lira, quanto per una fortissima rivalutazione del marco rispetto all’insieme delle monete circolanti. Che è esattamente quel che servirebbe all’Italia, e che ovviamente la Germania cercherà di impedire a tutti i costi.

In realtà esistono diverse ricerche che prevedono, dopo un periodo transitorio ovviamente più turbolento, un assestamento della nuova lira ben diverso da quello ipotizzato dai catastrofisti. Tra questi, riprendiamo i dati [4] di uno studio dell’OFCE (Observatoire français des conjonctures économiques). Secondo i due autori – Cédric Durand e Sébastien Villemot – in caso di rottura dell’euro, la nuova lira si apprezzerebbe addirittura dell’1% rispetto alla media dei dodici paesi dell’eurozona presi in esame. Una sostanziale stabilità data dalla media di una rivalutazione verso la Francia (12%), la Spagna (11%), la Finlandia (19%), il Belgio (18%), la Grecia (39%) ed una svalutazione verso la Germania (13%), l’Olanda (14%), l’Austria (14%).

Naturalmente, trattandosi di simulazioni, anche queste cifre sono opinabili. Ma, a differenza di quelle buttate là a casaccio sui media nostrani, esse vengono almeno da studi approfonditi coi quali sarebbe bene confrontarsi. Che è esattamente quello che i catastrofisti di mestiere non faranno mai.

Detto questo è indispensabile affermare un punto ben preciso: una svalutazione verso la Germania (e l’area economica che gli si raccoglie attorno) è assolutamente necessaria per l’economia italiana. Si tratta di recuperare competitività verso un paese che continua a praticare una fortissima politica mercantilista, verso un sistema produttivo che è diretto concorrente dell’industria italiana. Secondo i dati del 2016, il surplus commerciale della Germania (5) ha raggiunto i 252,9 miliardi, avvicinandosi ormai al 10% del Pil, quando le regole dell’Unione europea imporrebbero di non superare il 6%. Ma, si sa, l’Europa parla tedesco e per Berlino non ci sono sanzioni. Questo straordinario risultato commerciale ha però un nome ben preciso: euro. E’ grazie alla moneta unica, e cioè grazie alla possibilità di avere de facto una sorta di marco super-svalutato che la Germania ha retto la crisi mentre tanti paesi dell’UE invece vi affondavano. Questa banale osservazione ci porta a dire due cose: la prima è che l’euro non è una moneta neutrale, dato che avvantaggia alcuni paesi e ne danneggia altri (e questa è la ragione per cui chi ne è avvantaggiato lo difende e lo difenderà a denti stretti); la seconda è che avere una moneta sopravvalutata è spesso uno svantaggio più che un vantaggio.

Breve digressione. I vantaggi dell’euro per i paesi del centro (Germania in primis) non si riducono alla questione del cambio. Tra di essi vi è anche la possibilità di finanziare a tassi bassissimi, e spesso addirittura in territorio negativo, il proprio debito (quello pubblico come quello privato), ottenendo così un ulteriore guadagno competitivo rappresentato dallo spread che si determina grazie alle asimmetrie interne all’area euro. Un altro vantaggio, che in prospettiva potrebbe diventare ancor più importante, risiede nella svalutazione interna che le politiche austeritarie – necessarie a riequilibrare la competitività proprio perché non si può agire sui cambi – producono in paesi come l’Italia. Uno degli effetti di queste politiche è la svalutazione del valore delle aziende, come pure di quello degli immobili. In questo modo, tali beni sono destinati a finire sempre più spesso nelle mani di gruppi nord-europei grazie ai prezzi di svendita che si sono così determinati.

Ma torniamo alla svalutazione. Qui l’importante è comprendere che l’alternativa al deprezzamento valutario (svalutazione esterna) non è la non-svalutazione, bensì la svalutazione interna. Cos’è, in poche parole, la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare in generale, ma anche (come abbiamo già accennato) in una ugualmente progressiva riduzione del valore dei beni materiali. Quando, ad esempio, si protesta contro il crescente degrado del sistema sanitario è a questo meccanismo che bisognerebbe in primo luogo pensare. Idem quando, sempre ad esempio, non si riesce più a vendere ad ottanta una casa acquistata magari a cento. Ovviamente la stragrande maggioranza delle persone non si rende conto di tutto ciò, anche perché i media si guardano bene dal mettere la pulce nell’orecchio sui veri effetti dell’euro.

Ci stiamo però avvicinando al decennale dello scoppio della crisi, ed ormai le granitiche certezze sulla presunta bontà della moneta unica sono solo un ricordo del passato. Sta di fatto che mentre da un lato (quello di coloro che abbiamo chiamato “catastrofisti”) ci sono solo ipotesi, dall’altro (quello dell’osservazione concreta di quanto avvenuto in questi anni) vi sono i dati reali della crisi, dell’aumento spaventoso della disoccupazione, della precarietà di massa, del crescente degrado sociale, del generale impoverimento del Paese.

Un aspetto che i media vogliono in ogni modo occultare è che mentre i costi di una svalutazione esterna si distribuirebbero eventualmente sull’intera società, quelli della svalutazione interna colpiscono invece in maniera particolare le fasce popolari. Ragion per cui la classe dominante nazionale, anche a costo di venire essa stessa “svalutata”, ha preferito schierarsi con l’oligarchia finanziaria europea che è alla testa del “partito dell’euro”.

E, a proposito di classe dominante, è interessante vedere quel che ha scritto di recente Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore., [6] dove ci ricorda come il surplus commerciale dell’Italia «in termini reali, ha superato i livelli pre-crisi già a fine 2014», concludendo così che l’euro non è un problema per l’economia italiana.

Ora, è vero che questo recupero c’è stato, ma a quale prezzo? Il dato della bilancia commerciale è un saldo tra un “più” (le esportazioni) ed un “meno” (le importazioni). Se questo saldo ha ripreso a salire si deve giusto all’effetto combinato dei due fattori. Da un lato, causa la riduzione dei consumi interni, le importazioni sono calate; dall’altro, solo la deflazione salariale – il brutale abbassamento del salario reale – ha consentito alle imprese italiane di mantenersi relativamente competitive. Detto più chiaramente: se i conti a Confindustria tornano è solo grazie all’aumento dello sfruttamento dei lavoratori ed all’impoverimento degli italiani.

Le tabelle del Mise (Ministero per lo Sviluppo Economico) parlano chiaro. [7] Le importazioni sono crollate violentemente con la crisi del 2009 e poi, in maniera più graduale, con la lunga recessione del 2012-2014. C’è un dato che chiarisce l’entità di questa catastrofe: nel periodo 2008-2016 il valore delle importazioni è passato da 382 a 365 miliardi di euro (-4,5%). Ma attenzione, questo è un calo in valore che ancora non ci dice di quanto sono diminuite le importazioni in quantità. Un dato che si può in qualche modo approssimare solo tenendo conto del tasso medio globale dell’inflazione, operazione che ci consente di stimare all’ingrosso una diminuzione reale attorno al 30%. Una cifra che ci dice di quanto si è impoverita realmente l’Italia in questo periodo. Senza svalutazioni monetarie, certo. Ma probabilmente anche a causa di ciò.

Più in generale, volendo ora chiudere sul tema, che le svalutazioni non siano il dramma che si dice ci è dimostrato da diverse esperienze. Ad esempio la svalutazione della lira sul dollaro degli anni ’70-80 del secolo scorso (dal 1974 al 1985 la lira si svalutò di oltre il 200% sulla moneta americana) non impedì all’economia italiana di continuare a crescere. Altro esempio l’Argentina, dopo l’abbandono del cambio fisso tra il peso e il dollaro avvenuto nel 2002. E’ vero che nel primo anno di questo divorzio il Pil del paese latino-americano calò del 14,7%, ma nei cinque anni successivi la crescita cumulata fu del 51,6%, un’enormità.

2. L’Italexit e l’inflazione

Normalmente, chi usa in maniera terroristica la parola “svalutazione” dice o comunque sottintende inflazione. Ora, premesso che l’attuale problema dell’economia europea si chiama semmai deflazione, che dell’inflazione è l’esatto opposto, qual è l’effettivo rapporto tra questi fenomeni? In che misura la svalutazione produce inflazione?

Da sempre siamo stati abituati a pensare ad un rapporto meccanico, per cui se la svalutazione è 10 anche l’inflazione si avvicinerà a quel valore. In realtà le cose sono molto, ma molto più complesse. Intanto il valore della moneta è soltanto uno dei molteplici elementi che determinano il tasso di inflazione. In secondo luogo, diversi sono i fattori di aggiustamento che tendono a smussare gli effetti inflazionistici della svalutazione. In terzo luogo – scusandoci per l’insistenza sul punto – non è detto (anzi!) che svalutare sul “nuovo marco” equivalga a svalutare sul dollaro e sulle altre monete.

Sono cose che chi scrive su giornali di rilevanza nazionale non può non sapere. Ma per molti l’equazione percentuale di svalutazione uguale tasso di inflazione è troppo comoda per potervi rinunciare. La cosa è però così grossolana che alcuni hanno almeno il pudore di stabilire un rapporto un po’ più basso. Il già citato Lunghini fa così corrispondere ad una (impensabile) svalutazione del 50% un’inflazione del 20%. Ma poiché quest’ultima potrebbe sembrare troppo bassa, egli ha la premura di dirci che quel 20% sarebbe solo una media annua per un periodo non breve dopo la svalutazione.

Su cosa si basa tanta sicumera? Non lo sappiamo, ma è chiaro come questo sia uno di quei casi in cui l’ideologia (ovvero l’adesione al dogma della bontà dell’euro a prescindere) prevale sulla realtà, cioè sull’osservazione empirica dei casi concreti che pure la storia recente ci consente di esaminare.

Ne prendiamo in esame due. Il primo è quello della famosa svalutazione della lira del settembre 1992. Rispetto al marco tedesco quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui si continua a parlare oggi. Bene, quale fu l’effetto inflattivo di quella svalutazione? L’inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma quella del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po’ diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l’esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all’1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi con l’uscita dall’euro), per poi scendere all’1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi. Questa è la verità sulla svalutazione del 1992. E la cosa fu talmente chiara fin da subito che già un anno dopo perfino Mario Monti dovette fare autocritica: «Un punto dove certamente ho visto male riguarda le conseguenze inflazionistiche… perché per ora non ci sono stati effetti». [8]

A questo caso, piuttosto studiato, se ne aggiunge un altro sul quale non è necessario rifarsi a studi particolari dato che concerne l’esperienza diretta degli ultimi anni. Dal maggio 2014 al gennaio 2017 il rapporto euro-dollaro è sceso da 1,39 a 1,03. Dunque la svalutazione dell’euro è stata pari al 25,8%. A qualcuno risulta che in questo periodo in Italia, ma dovremmo dire in Europa, sia esplosa l’inflazione? Per la verità le cronache continuano ancora a parlarci della necessità di debellare la deflazione. Eppure il dollaro è la moneta con la quale si acquistano le materie prime.

Con quale onestà intellettuale, nella situazione data, si possa continuare a disegnare scenari catastrofici dovuti all’elevata inflazione che seguirebbe alla svalutazione lo giudichino i lettori. Eppure è proprio lì che si continua a battere. E tra i temi che vengono agitati, dagli autori citati come da altri, ve ne sono due in particolare: quello dei mutui e quello del prezzo dei carburanti. Due questioni sulle quali rimandiamo a quanto scritto già tre anni fa:

«Per chi ha dei mutui da pagare la situazione non potrebbe che migliorare. I mutui verrebbero anch’essi ridenominati nella nuova moneta e dunque, in caso di svalutazione, si svaluterebbero anch’essi; mentre l’eventuale inflazione aggiuntiva ridurrebbe di fatto il valore reale delle rate dei mutui a tasso fisso. Diverso è il problema del prezzo dei carburanti, che indubbiamente esiste ma non nei termini che comunemente ci si immagina. Se prendiamo, ad esempio, il caso della benzina, bisogna considerare che il costo della materia prima (il petrolio) – che è l’unico che risentirebbe della svalutazione, dato che i pagamenti vengono effettuati in dollari – incide solo per il 25% sul prezzo alla pompa. Il 57% sono tasse (accise e Iva), mentre il restante 18% include i costi di trasporto e raffinazione, nonché il margine lordo delle aziende distributrici. Se proprio vogliamo fare i conti, ne risulta che un’ipotetica svalutazione sul dollaro del 15% produrrebbe un aumento del costo alla pompa del 3,75%. Come si vede, siamo a percentuali ben più basse di quel che normalmente si pensa, che potrebbero comunque essere tranquillamente azzerate con una parallela riduzione del carico fiscale. Che è poi quel che fanno normalmente gli stati, quando non sono con il cappio al collo come quelli dell’area mediterranea dell’Eurozona, per assorbire le oscillazioni continue del prezzo del greggio sui mercati internazionali». Dal«Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità» [9]

In conclusione, l’eventuale effetto inflattivo della svalutazione conseguente all’uscita dall’euro si presenta come assolutamente gestibile.

3. L’Italexit e la fuga dei capitali

C’è o no il rischio che l’attesa della rottura dell’eurozona porti ad una consistente fuga di capitali dall’Italia? In realtà più che di un rischio si tratta di una certezza. Anzi, questa fuga è già in atto, come ci mostrano anche i saldi Target2. Essa finirà, non sembri un paradosso, proprio con l’uscita dall’euro. La fuga di capitali è infatti tipica di ogni situazione di incertezza che precede una modifica sostanziale dei rapporti di cambio. Precede, non segue, questo è il punto. Con la fuga si cerca infatti di anticipare questo evento, mentre a cose fatte (nel nostro caso la rottura dell’eurozona o comunque l’Italexit) la fuga non avrebbe più alcun senso, anzi sarebbe piuttosto pericolosa per i detentori di capitali. Se si vuole impedire (o quantomeno limitare) la fuga dei capitali la regola di sempre è dunque quella di agire con la massima rapidità.

Quel che è importante sottolineare è che il fenomeno denominato “fuga di capitali” non è legato in maniera specifica all’uscita dalla moneta unica, bensì – più in generale – a quel che ci si attende in termini di svalutazione. La fuga avverrebbe dunque anche a fronte dell’attesa di una forte svalutazione dell’euro verso il dollaro. E’ sempre stato così, e non si vede proprio perché se ne parli in termini catastrofisti solo riguardo all’Italexit. Tra l’altro, con i loro argomenti, i catastrofisti di ogni risma che si esercitano sul punto, in quanto sostenitori di un’aspettativa di svalutazione alta quanto irrealistica, sono in realtà i principali alimentatori di quella fuga che pure dicono di temere come la peste. Piccole contraddizioni che è difficile non notare.

Ma perché proprio l’Italexit fermerebbe invece la fuga in corso? E’ presto detto. Chi esporta capitali – o aprendo conti all’estero od acquistando titoli in altra valuta – lo fa per aggirare la ridenominazione dei propri capitali da euro a lira con un rapporto 1:1. Una volta che la ridenominazione sarà avvenuta si determineranno i nuovi rapporti di cambio; prima in maniera più convulsa, poi arrivando ad una maggiore stabilità. Parallelamente andranno a determinarsi i nuovi tassi di interesse sui mercati finanziari e dunque i nuovi spread. A quel punto – e solo a quel punto – i capitali usciti rientreranno, perché lo scopo della fuga non è quello di tenere i propri soldi a Berlino, bensì quello di speculare sulle variazioni del cambio. Naturalmente, non è questo un giochino senza rischi. Ad esempio, se le cose dovessero andare come prevede il già citato OFCE, chi avesse deciso di comprare oggi titoli francesi (con un tasso di rendimento di un punto e mezzo inferiore rispetto ai corrispettivi italiani) rischierebbe un bel salasso. Rischierebbe meno chi avesse comprato dei Bund tedeschi, ma non è un caso che questi ultimi abbiano tassi negativi che risulterebbero piuttosto pesanti nel tempo.

Insomma, ecco un altro apparente paradosso, saranno proprio gli stessi meccanismi dei mercati finanziari a far rientrare i capitali usciti verso l’Italia. Rientro che, a quel punto, contribuirà ad un certo apprezzamento della lira. Questo significa che non esista il problema di un controllo sul movimento dei capitali? Assolutamente no. Un controllo contro la speculazione andrebbe esercitato sempre, anche al di fuori delle situazioni di emergenza, ma a maggior ragione dovrà esservi nel momento dell’Italexit. Momento che andrà gestito con la massima determinazione e rapidità.

Naturalmente i catastrofisti ci diranno che simili controlli sono vietati, che comunque si rivelerebbero inefficaci, per non parlare del panico che così si determinerebbe. Eppure si tratterebbe soltanto di fare – non necessariamente nelle stesse forme, s’intende – quel che due paesi dell’eurozona hanno già fatto e – ancora più importante – l’Unione europea gli ha imposto di fare. Oltre al più noto caso greco del 2015, ci riferiamo alla crisi di Cipro del 2013, quando vennero adottate le seguenti misure:

«Un limite massimo di 5mila euro al mese per le transazioni all’estero mediante carta di credito. Un tetto di 3mila euro in contanti – per ogni viaggio – a chi intende uscire dal Paese. Divieto di riscuotere assegni. Prelievo dai bancomat non superiore ai 300 euro giornalieri. Limiti molti severi a chi vuole trasferire denaro all’estero. E un’autorizzazione ad hoc, dietro esibizione di documenti giustificativi – formula che ha il sapore di una pericolosa discrezionalità – per i pagamenti delle imprese che importano beni e prodotti».

Così scriveva Marco Onado sul Sole 24 Ore del 28 marzo 2013. [10]

Dunque i controlli sono possibili, eccome. Che l’ortodossia liberista lo neghi non stupisce. Ma non si vede proprio perché quel che è stato già fatto in nome degli interessi delle banche e della moneta unica, non possa esser fatto a difesa degli interessi dell’economia nazionale.

4. L’Italexit e la ridenominazione del debito

Arriviamo ora al tema della ridenominazione del debito. Inutile dire quel pensano in proposito i nostri catastrofisti: il caos generalizzato nel migliore dei casi, un terribile aumento del valore del debito verso l’estero in quello che loro reputano ovviamente lo scenario più probabile.

Per accertare l’attendibilità di tutto ciò è bene partire innanzitutto da un principio generale, quello della cosiddetta Lex Monetae, che stabilisce che uno stato sovrano ha il potere di determinare il tasso di conversione tra la precedente e la successiva moneta avente corso legale. [11] Anche su questa materia i catastrofisti si sono lungamente esercitati per spaventare i debitori, ad esempio le persone che hanno da pagare un mutuo in euro, e che ne vedrebbero aumentare il valore in conseguenza della svalutazione della nuova lira. E’ un problema che semplicemente non esiste.

Il nostro Codice Civile [12] così traduce il principio della Lex Monetae:

«Art. 1277. Debito di somma di denaro: I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima».

Dunque, nel caso di un’esplosione dell’intera eurozona – visto che a quel punto l’euro semplicemente non ci sarebbe più – non esisterebbe alcun problema né per i debiti interni né per quelli esteri.

Se, invece, l’euro continuasse ad aver corso legale in altri paesi, ma non in Italia, si applicherebbe l’art 1278 del Codice Civile:

«Art. 1278. Debito di somma di monete non aventi corso legale: Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento».

Anche in questo caso il pagamento avverrebbe in lire, ma poiché farebbe riferimento «al corso del cambio nel giorno della scadenza» il debitore potrebbe trovarsi a dover pagare con una lira svalutata. Per ovviare a questo problema basterà però applicare l’art. 1281:

«Art. 1281. Leggi speciali: Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali. Sono salve le disposizioni particolari concernenti i pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato». E’ chiaro – e difatti sul punto i catastrofisti hanno ormai abbassato la cresta – che qualsiasi governo che si troverà a gestire l’Italexit non potrà che intervenire con una legge speciale sulla questione, così come affermato da tempo da Alberto Bagnai: «Lo Stato ovviamente dovrà, nel decreto di uscita, prevedere una deroga all’art. 1278 stabilendo che i rapporti di debito e di credito in euro disciplinati dal Codice Civile saranno regolati in nuove lire al cambio previsto alla data del changeover (cioè uno a uno), e non a quella della scadenza del pagamento (che incorporerebbe la svalutazione)». [13]

Sul tema dell’applicazione della Lex Monetae è intervenuto di recente l’economista francese Jacques Sapir. Anche in Francia non manca infatti chi, a partire dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, mostra di non credere a questo principio. Sapir dimostra invece come la Lex Monetae sia riconosciuta esplicitamente dallo stesso diritto dell’UE. Nel regolamento relativo all’introduzione dell’euro (CE n° 1103/97) così si legge:

«Considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi». In altre parole, commenta Sapir: «Se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese». [14]

Bene, si dirà, ma cosa succede invece con il debito estero? Qui i catastrofisti davvero non hanno freni. Secondo costoro con l’Italexit il debito pubblico aumenterebbe a dismisura, dato che – a loro avviso – la quota detenuta da soggetti esteri andrebbe restituita in euro. Non solo, ancora più grave sarebbe il problema del debito privato verso l’estero, sul quale evitano non a caso di citare le cifre reali. Esaminiamo dunque separatamente questi due aspetti – pubblico e privato – di una questione che scopriremo essere assai meno preoccupante di come si vorrebbe far credere.

La quota estera del debito pubblico italiano è superiore agli 800 miliardi di euro. Ormai nessuno mette però in discussione il diritto dello Stato (Lex Monetae) di ripagare in nuove lire il debito emesso sotto la propria legislazione. Si cerca allora di spostare l’attenzione su due altri aspetti: 1) la quota di debito estero emessa sotto altre legislazioni, 2) l’effetto delle cosiddette “clausole CAC” introdotte dal governo Monti nel dicembre 2012. Sul primo punto la propaganda tesa a spaventare sugli effetti dell’Italexit è facilmente smontabile, dato che la quota di titoli del debito emessi sotto legislazione straniera è pari a soli 48 miliardi (un misero 2,5% del totale). Sul secondo punto, quello delle “clausole di azione collettiva” (CAC), che riguardano all’incirca la metà dei titoli in circolazione, esistono diversi pareri, ma sta di fatto che le CAC sono state concepite come strumento di tutela dello Stato non degli investitori. Questi ultimi avrebbero sì la possibilità teorica di opporsi alla ridenominazione (basterebbe una minoranza da un quarto ad un terzo dei creditori), ma l’esperienza insegna (vedi il caso greco) come nei casi di ristrutturazione del debito – e la ridenominazione nei fatti lo è – i grandi creditori preferiscono sempre accettare quel che gli viene proposto piuttosto che rischiare di perdere tutto con un più pesante default. Lo Stato – e questo è un punto davvero decisivo – uscirebbe dunque dall’Italexit con un debito pubblico ridotto, non aumentato come invece si vorrebbe far credere.

Passiamo ora al debito privato verso l’estero. Secondo i dati riportati in un articolo di Enrico Grazzini [15] questo debito semplicemente non esiste. O meglio, esistono dei singoli debitori come dei singoli creditori, ma la somma di queste posizioni finanziarie verso l’estero dà un saldo attivo di 580 miliardi di euro. Ne consegue che l’insieme di questi soggetti trarrebbe un beneficio anziché un danno dall’Italexit e dalla svalutazione della nuova lira. E forse un beneficio ci sarebbe per la stessa economia italiana nel suo insieme, perché almeno una parte di questi capitali avrebbe buoni motivi per rientrare in Italia dopo la stabilizzazione dei cambi.

Naturalmente, un saldo positivo non esclude singole posizioni negative che potrebbero mettere in sofferenza qualche azienda, e principalmente qualche banca. Ma anche questo aspetto – sul quale lo Stato potrebbe intervenire di volta in volta (non scordiamoci che al momento dell’Italexit molte saranno le cose oggetto di trattativa), va visto in un contesto che è invece complessivamente positivo. Tutto questo senza dimenticarci che in questi casi è pressoché inevitabile che vi siano soggetti che riescono a guadagnare (come gli investitori sull’estero di cui sopra), come altri destinati a rimetterci. Per cui ha poco da lamentarsi il già citato Fontana quando ci ricorda (peraltro con cifre inattendibili) il problema delle aziende italiane che hanno emesso bond sotto legislazione straniera. Queste aziende lo hanno fatto per spuntare tassi più bassi, una maniera per scommettere al gran casinò dei mercati finanziari. Non sempre queste scommesse – al pari di quelle sulle valute – vanno a buon fine. Ma si tratta di aziende private che si assumono coscientemente certi rischi ogni giorno, ed è assurdo che se ne parli solo a proposito di quelli connessi con l’uscita dall’euro.

5. Un Italia troppo “piccola”?

Veniamo ora ad un argomento più generale, che concerne sempre la sfera economica pur travalicandola. E’ la tesi secondo cui l’Italia – e più precisamente l’economia italiana – sarebbe comunque troppo piccola per affrontare la sfida dell’Italexit. A questa tesi se ne affianca un’altra, quella secondo cui l’Italia si troverebbe politicamente più “sola”.

Ora, a parte il fatto che pensando all’UE a dominanza tedesca non può non venirci in mente il detto “meglio soli che male accompagnati”, perché questa preoccupazione? Uscendo dall’euro l’Italia mica dichiarerebbe guerra a qualcuno, semplicemente (cosa che oggi non fa) difenderebbe i propri legittimi interessi. Certo che ci sarebbero anche turbolenze politiche – sarebbe assurdo sostenere il contrario -, ma alla fine gli attuali partner economici non avrebbero molto interesse a farci una guerra prolungata. Le sanzioni, poi, sono un’arma a doppio taglio. In ogni caso il mondo è grande, e quello al di fuori dei confini dell’UE è in espansione.

In realtà la tesi di un’Italia “troppo piccola” non fa neppure i conti con le conseguenze della crisi della globalizzazione. Naturalmente, ed è normale che sia così, in materia esistono diverse opinioni, ma è difficile negare l’evidenza dell’accrescersi delle misure protezionistiche in tutto il mondo, così come quella della tendenza alla riduzione della quota del commercio estero sul Pil mondiale. E’ giusto, tuttavia, prendere questo argomento sul serio.

Intanto bisogna rilevare che quella italiana rimane pur sempre una delle più importanti economie del mondo. E se oggi lo è un po’ meno del passato lo si deve anche (certo, non esclusivamente) all’euro. Ed è un’economia che comprende un’industria manifatturiera che, nonostante gli effetti micidiali della crisi, in Europa resta seconda solo alla Germania. Ora, è pacifico che uno scioglimento concordato dell’eurozona sarebbe preferibile ad un’uscita unilaterale. Peccato che il primo scenario sia poco probabile. Ed è altresì pacifico che meglio sarebbe affrontare il dopo-Italexit in stretta alleanza con altri paesi. Ma non si può mettere il carro davanti ai buoi, dato che la costruzione di nuove alleanze e/o di nuove aree macro-economiche (non però di nuove aree valutarie) dipende dalle scelte politiche dei vari paesi. Scelte che deriveranno da tanti fattori e che di sicuro non possiamo disegnare oggi a tavolino.

Lo scenario da considerarsi come quello di gran lunga più probabile è dunque l’Italexit, e questo ci riporta appunto al tema delle “dimensioni” dell’Italia. In proposito l’opinione di chi scrive è molto semplice: riguardo alla scelta di tornare alla moneta nazionale più che le dimensioni contano i fondamentali dell’economia. Ma se questi ultimi sono messi in discussione proprio dall’appartenenza alla moneta unica è chiaro che la decisione è di fatto obbligata.

Se sulla questione delle “dimensioni” le opinioni sono le più disparate, l’unico modo di orientarci è quello di guardarci attorno. Di esaminare cioè la realtà. Limitandoci all’Europa si possono osservare diversi paesi membri dell’UE che, pur avendone i requisiti, si guardano bene dall’entrare nell’euro. E’ questo il caso della Polonia, ma ancora più significativo è quanto accaduto di recente con la decisione della Repubblica Ceca di sganciare la propria valuta nazionale – la corona – dall’euro. L’aggancio, in vigore da tre anni, avrebbe dovuto essere il primo passo verso un futuro ingresso nell’eurozona. Adesso il passo c’è stato, ma nella direzione opposta di quella sperata dai partigiani della moneta unica. [16] Da notare che subito dopo lo sganciamento la corona si è rivalutata rispetto all’euro. Eppure la Repubblica Ceca ha un sesto della popolazione ed un ottavo del Pil dell’Italia. Non solo. Pare che nella stessa direzione di Praga – quella dello sganciamento – voglia muoversi l’ancor più piccola Danimarca, la cui moneta è legata da sempre all’euro.

Rimanendo ancora in Europa, ma uscendo dall’UE, come non considerare i casi di due piccoli paesi come la Svizzera e la Norvegia? Da sempre, i sostenitori della tesi avversa ci fanno notare che questi potrebbero essere solo dei casi particolari. Ma il fatto che questi “casi particolari” stiano però aumentando vorrà pur dire qualcosa. Come qualcosa di ancora più importante ci dice la banale osservazione – questa francamente inconfutabile – di come (indipendentemente dalle dimensioni) tutti i paesi europei non-euro abbiano retto molto meglio alla crisi rispetto a quelli con la moneta unica.

Ma il tema delle “dimensioni” non può essere ovviamente solo europeo. Prendiamo il caso di un paese simile all’Italia (in termini di popolazione e di Pil), anche se più piccolo: la Corea del Sud. Questo paese fa forse parte di una qualche unione monetaria? Ovviamente no. Ma con la sua moneta nazionale (lo won) continua a tenere ritmi di crescita annua superiori al 3%. Tuttavia la Corea del Sud non è un’eccezione, bensì la regola, dato che nel mondo non ci sono altri “euri” in vista. E questo è un punto dirimente. Infatti, se la spinta alla creazione di macro-aree monetarie vi fosse davvero, nei cinque continenti dovremmo assistere ad un pullulare di iniziative in tal senso. Ma così non è. In nessun angolo del pianeta, dalla lontana Oceania all’arretrata Africa, dalla tumultuosa Asia alla speranzosa America Latina, nulla si muove in quella direzione. L’euro, a vent’anni dalla sua nascita, non ha nessun fratello con cui giocare. Ci sarà pure una ragione.

Evidentemente le dimensioni contano quando si parla di un’azienda, o di una filiera produttiva. Diverso è il discorso quando si tratta dell’economia di un paese e della sua moneta.

Brevi conclusioni

Questo articolo non ha certo lo scopo di negare i problemi dell’Italexit. Questi problemi ci sono, e sarebbe assurdo affermare il contrario. Ma si tratta comunque di problemi gestibili. Insomma, dall'”Hotel California” dell’euro si può uscire, eccome. Del resto, l’alternativa sarebbe solo quella dell’incancrenimento della crisi, con i suoi terribili aspetti sociali che conosciamo. Il problema che si pone è semmai un altro: quale sarà la gestione del passaggio dall’euro alla nuova lira? La risposta a questa domanda dipende dal governo che – ci auguriamo quanto prima – si troverà ad affrontare concretamente la questione. Chi scrive crede in un governo popolare d’emergenza, frutto di una larga alleanza di tipo costituzionale (una sorta di Cln), che prenda in mano le redini dell’Italia in questo decisivo frangente.

E’ importante che questo governo abbia a cuore il futuro del Paese, e in particolare gli interessi e i bisogni delle classi popolari. Anche per questo l’uscita dalla moneta unica dovrà essere accompagnata da un programma di misure urgenti (dalla nazionalizzazione del sistema bancario ad un piano per il lavoro) che rappresentino una decisiva svolta rispetto ai disastri prodotti dal sistema neoliberista. Sistema che i meccanismi dell’euro vorrebbero rendere eterno.


* Questo saggio venne originariamente pubblicato sulla rivista IL PONTE nel numero di maggio-giugno 2017.

NOTE
(1) https://ilmanifesto.it/le-conseguenze-di-unuscita-dalleuro/
(2) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/06/euro-draghi-la-moneta-unica-e-irrevocabile-la-questione-delluscita-non-e-contemplata-dal-trattato/3371615/
(3) http://www.corriere.it/lodicoalcorriere/index/06-03-2017/index.shtml
(4) http://www.ofce.sciences-po.fr/pdf/dtravail/WP2016-31.pdf
(5)http://www.repubblica.it/economia/2017/02/09/news/germania_bilancia_commerciale_al_top_e_nel_2016_l_export_vola_a_1207_miliardi-157902113/
(6) http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2017-02-27/cinque-luoghi-comuni-no-euro-sfatare-112318.shtml?uuid=AEwoNIe
(7)http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/statistiche_import_export/interscambio.pdf
(8) La Repubblica del 12 settembre 1993
(9) «Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità», a cura del Coordinamento nazionale Sinistra contro l’euro.
(10) https://www.pressreader.com/italy/il-sole-24-ore/20130328/281560878248490
(11) https://it.wikipedia.org/wiki/Lex_monetae
(12) http://www.altalex.com/documents/news/2015/01/08/delle-obbligazioni-in-generale
(13) http://goofynomics.blogspot.it/2012/09/a-rata-der-mutuo.html
(14) http://vocidallestero.it/2017/03/23/sapir-lex-monetae-e-diritto-europeo/
(15) http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutti-i-conti-dellitalexit-nessuna-catastrofe-se-litalia-uscisse-dalleuro/#_ftnref9
(16) http://sollevazione.blogspot.it/2017/04/czexit-la-repubblica-ceca-si-sgancia.html

COSMOPOLITISMO, UNIVERSALISMO E L’UNIONE EUROPEA (UNA RISPOSTA A ROBERTA DE MONTICELLI)

di Andrea Zhok da Facebook

Oggi è apparso sul Manifesto un articolo della professoressa Roberta De Monticelli dall’impegnativo titolo: <Stati uniti d’Europa, un edificio politico architettato dalla filosofia.> Nell’articolo De Monticelli, dopo aver lamentato la superficialità dell’attuale dibattito intorno all’Europa, rivendica una matrice filosofica alta come ispirazione e viatico del ‘progetto europeo’.

Al netto del condivisibile sconforto per l’attuale campagna elettorale, si potrebbe obiettare subito come la contestazione all’odierno ‘europeismo’ non si muova di norma con riferimento a nobili istanze come l’idealità cosmopolita, ma con più prosaico riferimento ad un sistema ha prodotto una crescita europea stagnante, la deindustrializzazione di molti paesi (tra cui l’Italia) e una costante riduzione del potere contrattuale dei lavoratori.

Ma fingiamo che tutto ciò non sia essenziale. Ipotizziamo che il tema siano Kant e Rawls e non la macelleria sociale greca. E continuiamo pure nell’equivoco per cui l’antieuropeismo sarebbe una proterva e irragionevole ostilità all’Europa – e non all’Unione Europea -, accettiamo protempore tutto questo e proviamo ad esaminare gli argomenti specificamente filosofici che vengono sollevati da De Monticelli.

Due argomenti giocano un ruolo centrale.

Il primo vede nell’Unione Europea

“il vero e proprio cantiere di un edificio politico architettato dalla filosofia: cioè dall’anima universalistica del pensiero politico, che è almeno tendenzialmente cosmopolitica.”

Il secondo specifica il carattere di questo ‘universalismo’ in opposizione all’accidentalità della nascita:

“Cosmopolitica è (…) la forma di una civiltà fondata nella ragione (…). La domanda di ragione e giustificazione è quanto di più universale ci sia. (…) Esser nato in un deserto, o in una contrada afflitta da massacri e guerra, è un accidente: l’accidente della nascita. (…) Ogni ingiustizia si lega all’accidente della nascita.”

1) Il primo argomento pone un’equivalenza tra cosmopolitismo e universalismo della ragione, concependo dunque il cosmopolitismo europeista come erede della tradizione filosofica nel suo nucleo portante, quello che riconosce l’universalità della ragione.

2) Il secondo argomento qualifica tale universalismo opponendolo alla contingenza, e specificamente a quella particolare contingenza che è l’essere nato in un certo tempo e luogo, posto come base dell’idea di nazionalità.

Sotto queste premesse, l’Unione Europea si presenterebbe come incarnazione dell’universalismo della ragione, volta a superare gli accidenti della nascita (e nello specifico gli accidenti che determinano l’identità nazionale).

Nel prosieguo proverò a spiegare, in breve, perché ritengo che entrambe queste tesi contengano degli errori. Sono errori interessanti, come sempre sono gli errori filosofici, ma non perciò meno radicalmente fuorvianti e dannosi di errori più volgari.

Commento a (1)

L’idea che universalismo e cosmopolitismo siano in qualche modo considerabili in equivalenza è un’idea assai curiosa. Si ritiene, apparentemente, che le esperienze, o forse le ‘inclinazioni’, cosmopolite siano latrici di un ampliamento delle prospettive, un ampliamento che conferirebbe un particolare privilegio, ovvero la capacità di uscire dal proprio ‘particulare’ e di accedere ad una visione esente da pregiudizi e parzialità. L’opposizione chiaramente evocata è quella tra l’equanimità della ragione e il torvo egoismo dei ‘particolarismi’.

Ora, l’equivalenza tra universalismo e cosmopolitismo, una volta che la si guardi da vicino, risulta subito destituita di ogni fondamento.

Che una semplice ‘inclinazione’ cosmopolita non sia di per sé capace di superare pregiudizi e parzialità è piuttosto ovvio. Per capirlo basterebbe rammentare le idee sulle razze umane, di parvenza oggi alquanto imbarazzante, di quel genio, cosmopolita e razionalista, di Immanuel Kant.

Ma l’idea che esperienze di tipo cosmopolita possano veicolare una visione emancipata da pregiudizi e parzialità può sembrare prima facie più convincente. Dopo tutto, chi può negare che fare più esperienze ‘ampli gli orizzonti’? Bene, ma per uscire dalla vaghezza è importante capire di cosa parliamo quando nominiamo il ‘cosmopolitismo europeo’.
I ‘cosmopoliti’ non sono semplicemente ‘quelli che vanno all’estero’.
Naturalmente non lo sono i semplici turisti.
E non lo sono certo neppure i migranti per necessità (passare dallo stringere bulloni a Termini Imerese allo stringere bulloni a Uppsala difficilmente può contare come progresso spirituale verso l’universalismo della ragione).
No, il ‘cosmopolita’, il ‘cittadino del mondo’ di cui qui si parla, è semplicemente un membro di quei ceti economicamente, socialmente, e talvolta anche culturalmente privilegiati, che scelgono di passare periodi della propria vita, per lavoro o per diletto, in più o meno prestigiose sedi estere. Ora, – come ricorda Vincenzo Costa nel suo recente Élites e populismo – è importante comprendere come il ‘mondo della vita’ di questi ceti sia e resti una sezione trasversale, altamente astratta e sterilizzata, del mondo reale. I ceti cosmopoliti che vedono il mondo dalle loro magioni nel centro di Londra, Parigi o Milano sono vittime di settorialità esperienziale non meno dei panettieri di Tor Bella Monaca o dei barbieri di Petroupoli o Florisdorf. Invero le élite cosmopolite, a ben vedere, sono vittima, oltre che dei propri limiti esperienziali, anche di un rimarchevole grado di presunzione, che li lascia immaginare di avere uno sguardo più comprensivo e lungimirante, e di potersi perciò concepire come ‘avanguardie’ del progresso a venire.

Le certezze dei cosmopoliti sono semplicemente pregiudizi in cofanetto de luxe.

Commento a (2)

Il secondo argomento sollevato è di particolare interesse, perché si tratta di un errore teorico diffuso. L’universalismo viene opposto (in maniera tecnicamente impropria) alla contingenza o accidentalità. All’universalismo viene poi attribuito un compito schiettamente morale, ovvero quello di ‘superare la contingenza’.

Tradotto in una proposizione, quanto viene qui sostenuto ha la seguente forma:

“Io, che sono un soggetto razionale come te, sono però consegnato alla contingenza di una nascita localmente determinata, che limita la mia aspirazione all’universalità. – Tale contingenza contrasta con la mia natura di soggetto razionale ed è razionalmente ingiustificabile; essa perciò, a causa della sua natura ingiustificata, arbitraria, va corretta.”

————-
Digressione per filosofi.

Nella proposizione di cui sopra troviamo presentato come ovvio un contrasto tra universalità e contingenza. Lungi dall’essere un’ovvietà condivisa, l’idea di ‘ragione’ o di ‘universalità’ presupposta da questo ragionamento è assai discutibile. Si tratta infatti di una visione dove la ragione e la sua universalità per essere tali devono appartenere ad una sfera astorica e smaterializzata. Si tratta in sostanza di un’idea di ragione e universalità di tipo platonico. Autori (cari a chi scrive, come a De Monticelli) quali Wittgenstein e Husserl hanno attraversato nel corso della loro vita l’intero percorso da una iniziale concezione di razionalità astorica e svincolata dalla materialità, dalle prassi, dalla corporeità, ad una matura concezione in cui la razionalità trovava una sua necessaria collocazione proprio nella sfera della storia, della materia, delle prassi e del corpo vivente. Pensare che qualcosa per avere valore universale e razionale, debba (o anche solo possa) essere estraneo ad una realtà materiale e storica è, in termini schiettamente filosofici, una tesi assai discutibile, una tesi rispetto a cui tanto il Wittgenstein delle Ricerche che lo Husserl della Crisi sarebbero in diretta opposizione.

Fine della digressione per filosofi.
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Ora, però, in termini di analisi concreta: cosa ci si immagina di poter o dover ‘correggere’ della ‘contingenza’ in nome dell’universalismo? Nel testo in questione ci si focalizza sulla territorialità della nascita, ponendola come contingenza ingiustificabile da superare. Ma perché concentrarsi proprio su questa ‘contingenza ingiustificabile’? Dopo tutto non è parimenti una ‘contingenza ingiustificabile’ anche il mio corpo, con la sua struttura e le sue facoltà? E che dire della mia intelligenza o forza di volontà? E a ben vedere anche la mia stessa appartenenza alla specie umana e al novero dei ‘soggetti razionali’, mica l’ho decisa io? Tutte queste sono cose che nessuno di noi ha deciso, che ci sono, se ci sono, senza nessuna giustificazione. Sono cose che ci siamo ritrovati, e a partire dalle quali, traendone il meglio di cui eravamo capaci, e facendocene carico, abbiamo cercato di tracciare una nostra strada su questo contingentissimo pianeta.

Ecco, ora la domanda è: in che senso la mia nascita in un tempo e luogo, la mia educazione, la mia lingua madre, la cultura materiale in cui sono cresciuto e in cui sono diventato ciò che sono, in che senso tutto questo sarebbe un arbitrio da superare nel nome dell’universalismo in quanto ‘non-contingenza’? E chi sarei io, il soggetto chiamato a svolgere tale superamento, una volta tolte tutte quelle contingenze? In che senso, la contingenza della mia territorialità o cultura sarebbero da superare, mentre non sarebbe parimenti da superare, per dire, la mia appartenenza alla specie degli ‘animali razionali’? Dov’è qui il discrimine in cui io posso dire che la mia nascita, crescita ed educazione non sarebbero davvero ‘io’, mentre il mio genoma, quello sì ‘sono davvero io’?

In verità, l’universalismo astratto e matematizzante che viene qui implicitamente ammesso è insostenibile. Io sono ciò che sono in quanto nato e cresciuto, in quanto sono divenuto ciò che sono, e non certo in quanto ho deciso o deliberato ciò che potevo essere. (E, a fil di logica, come avrei potuto farlo, se non essendo già qualcosa che a sua volta non posso aver deciso io?).

Detto questo, quell’universalismo astratto non è affatto l’unico universalismo concepibile. Al contrario, a ben vedere esso è propriamente inconcepibile. Dalla posizione che io sono e incarno io posso riconoscere posizioni e incarnazioni altrui: posso riconoscere, in modo perfettamente razionale ed universalizzabile, che la mia appartenenza territoriale, comunitaria, nazionale concorre a definirmi, così come l’appartenenza territoriale, comunitaria, nazionale di un abitante di Sapporo, Budapest, York, Adelaide o Cuzco, concorre a definire loro. E ciascuno di noi, a partire dalla propria cultura (che non ha deciso), dalle proprie facoltà cognitive (che non ha deciso) e dalla propria capacità empatica (che non ha deciso) può decidere di aiutare qualcun altro ad uscire dalle sue difficoltà, che sono proprio sue, e non di un soggetto ideale disincarnato, astorico e non situato. Lo può fare perché può comprendere, in qualche misura, la specificità della situazione altrui e le sue difficoltà contestuali. Per farlo con convinzione e motivazione, comprendere la specificità della situazione altrui, lungi dall’essere di impaccio, sarà essenziale. Al contrario, lo sguardo da lontano, che si presume disincarnato e superiore alle incarnazioni storiche, corporee e pratiche non è affatto uno sguardo che muove né alla compassione né all’aiuto. L’operazione di ‘comprendere il punto di vista dell’altro’ è un’operazione che ha senso solo quando si ammette che l’altro ha appunto un punto di vista, una posizione reale, e si simpatizza con esso, con il suo essere situato.

Questo, tradotto dal piano soggettivo a quello politico significa che è la nostra dimensione di appartenenza a definirci innanzitutto per ciò che siamo, e che tale dimensione è condivisa universalmente, da ciascuno con la sua appartenenza. E tutto ciò può permettere perfettamente riconoscimento, rispetto, e simpatia vicendevoli. Come italiano, che assume su di sé la sua nascita, cultura, educazione, posso simpatizzare con un fratello greco o austriaco o scozzese, stimandone la determinatezza delle forme di vita; e l’altro può fare lo stesso nei miei confronti. La mia appartenenza mi consente di capire la tua, e di esservi solidale. Per lo sguardo nutrito dalla mancanza di appartenenza, invece, gli individui e i gruppi reali sono solo astrazioni, concetti, forse numeri, enti interscambiabili.

L’universalismo che sembra ovvio nella prospettiva di De Monticelli è l’universalismo disincarnato dello ‘sguardo da nessun luogo’, del ‘punto di vista di Dio sul mondo’. Ma, per fortuna o per disdetta, il punto di vista di Dio sul mondo non lo possiamo incarnare affatto, e neppure immaginare propriamente.

E credere di poterlo incarnare e immaginare è solo una forma di Hybris, eticamente poco raccomandabile.

Riassumendo quanto detto.

Universalismo e cosmopolitismo non solo non sono sovrapponibili, ma non sono neanche vicini di casa.

Quanto all’appello all’universalismo, esso non può essere quello sguardo disincarnato e destoricizzato che pretende di essere, e non può, né di fatto né di diritto, abolire gli ‘accidenti della nascita’.

Per tutte queste ragioni, è opportuno lasciare serenamente in pace la filosofia, evitando di chiamarla improvvidamente in soccorso di quello spregiudicato pasticcio neoliberale che prende il nome di Unione Europea

Stati uniti d’Europa, un edificio politico architettato dalla filosofia

Elezioni europee. In una lettera che Spinelli scrisse nel ’43 a Ropke, richiamava la «civiltà della persona», da salvare e difendere, perché democrazia non è solo un sistema di governo

di Roberta De Monticelli da Il Manifesto

Poche cose sono più scoraggianti del dibattito pubblico sulle elezioni europee. Ci saranno anche due idee d’Europa a confronto, ma con un dibattito ridotto a un tira e molla fra più sovranità e più integrazione e solidarietà, sono due idee poverissime.

Peccato. Perché oggi l’Unione europea, in quanto è il lungo, lento processo di costituzione di una Federazione degli Stati uniti d’Europa, è almeno virtualmente il più grande e innovativo laboratorio politico del mondo. E’ il vero e proprio cantiere di un edificio politico architettato dalla filosofia: cioè dall’anima universalistica del pensiero politico, che è almeno tendenzialmente cosmopolitica.

Cosmopolitica è in effetti la forma di una civiltà fondata in ragione, vale a dire, semplicemente, sulla nostra capacità di chieder ragione agli altri e a noi stessi di ogni azione e di ogni affermazione – e di chiederla in particolare a chi prende decisioni che influiranno sulla vita e il destino di tutti. La domanda di ragione e giustificazione è quanto di più universale ci sia: è, potremmo dire, costitutiva della mente umana, della stessa lingua umana, la sola fra i linguaggi animali che possiede il tono e il simbolo dell’interrogativo: “Perché?” Perché mi fai questo? Perché devo soffrire questo? Esser nato in un deserto, o in una contrada afflitta da massacri e guerra, è un accidente: l’accidente della nascita.

MA LA CAPACITÀ DI CHIEDERE “perché” e di dire “non è giusto”, è universale, la vediamo risvegliarsi prestissimo in ogni infanzia umana, a qualunque latitudine. Può l’accidente della nascita determinare il destino di un uomo? E’ lecito? E’ questa l’ultima frontiera della domanda di giustizia, e quindi della ragione pratica. Ogni ingiustizia si lega all’accidente della nascita: per questo nessun verbo è più normativo e meno descrittivo, più razionale e meno fattuale di quel “nascono liberi e uguali in dignità e diritti” che definisce gli umani nel primo articolo delle Dichiarazione Universale del ’48. La (pari) dignità: il primo dei sei valori intorno a cui si organizza la Carta dei Diritti dell’Ue (2000), che insieme all’ultimo – giustizia – racchiude e riassume le generazioni dei diritti e le epoche della loro conquista: libertà (i diritti civili), eguaglianza (i diritti politici), solidarietà (i diritti sociali) – e infine il diritto di avere dei diritti, una cittadinanza. Che spetta in linea di principio agli umani come tali, non agli italiani o ai turchi.

L’anima d’Europa è in questo senso essenzialmente cosmopolitica: nasce dall’idea più illuminata della Modernità – che là dove c’è la selva geopolitica delle potenze, regolata da rapporti di forza e di precario equilibrio, dovrà vivere l’imperio della legge. E non certo quella di un solo Leviatano, ma quella che disarma i leviatani, federando Repubbliche vincolate in primo luogo dall’universalità dei diritti opposti agli accidenti della nascita. Questo è in fondo il senso dell’incipit del Manifesto di Ventotene:

“La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero”.

TROPPO POCO SI È COMPRESO, a mio avviso, della profondità di questa versione di liberalismo politico, che qui chiamerò, riutilizzando questo termine in senso completamente autonomo da quelli in cui è finora comparso, personalismo politico. Ne traluce un barlume da una lettera che Spinelli scrisse a Wilhelm Röpke (più tardi ispiratore di Konrad Adenauer) il 24 novembre 1943:

“Quando sono andato in prigione io ero un marxista ortodosso, pieno di quel fervore e intolleranza che è caratteristico di tutti quelli che credono di aver trovato la chiave che apre tutti i segreti (…) In prigione ho avuto modo di studiare, di riflettere, di guardare con un certo distacco le cose degli uomini.
Gli studi storici e gli avvenimenti contemporanei dell’Italia, della Germania, della Russia mi hanno fatto comprendere che vi era nella nostra civiltà qualcosa di molto importante che minacciava di crollare e che bisognava, al contrario, difendere e salvare a tutti i costi: quella che lei ha chiamato la “Persönlichkheitszivilisation”.

La civiltà della persona, cos’è? Guardiamoci intorno. Come deve essere ridotta una democrazia in cui non è permesso, durante una pubblica manifestazione, esporre una bandiera dalla scritta innocua come “restiamo umani”, se sgradita ai capi-popolo di turno al governo? Non è una bella umanità quella espressa dalle urla dei capi e del popolo di queste piazze. Ecco cosa videro i padri iniziatori di quel processo di costituzione degli Stati uniti d’Europa che si è inceppato.

LA DEMOCRAZIA, CON TUTTE LE SUE INSUFFICIENZE, non è soltanto un sistema di governo: è l’aspetto politico di una civiltà umanistica, è il mezzo per consentire l’accesso del più largo insieme possibile di persone all’esercizio effettivo della sovranità esistenziale e politica: alla libertà responsabile, rispettosa dell’umanità in se stessi come negli altri, pur irriducibilmente plurali perché individuati, incarnati, radicati, passionali – oltre che razionali e morali.
In altre parole, se la democrazia funziona, funziona come un circolo virtuoso, perché promuove la maturazione dei cittadini: di cui ha un disperato bisogno. Ma se questa promozione si inceppa, il circolo si fa vizioso, e le democrazie si suicidano. La “mancata rimozione” degli ostacoli che bloccano lo sviluppo umano, cioè non soltanto economico, ma anche morale e civile, di larghi strati di persone, minaccia le democrazie di degenerazione illiberale, e la civiltà umanistica di implosione.

“PRIMA GLI ITALIANI” È IL GRIDO che meglio esprime l’inizio di questa implosione, e la prova evidente della giustezza dell’intuizione spinelliana: secondo cui la ripresa del processo di realizzazione dell’umanesimo incompiuto richiede una rivoluzione nell’idea stessa di democrazia: e cioè la dissociazione del concetto di sovranità da quello di nazione, e la costruzione di una democrazia sovranazionale in luogo di quell’organismo intergovernativo tanto impotente rispetto ai nazionalismi quanto alle forze multinazionali.

Forse troppo poco si è compreso, ancora oggi, della tragedia che fu la scelta contraria al federalismo europeo, e poi solo marginalmente filoeuropeista, delle sinistre. Della tragedia che è ancora oggi la cecità all’orizzonte cosmopolitico della società giusta.

EURO: UNA QUESTIONE DI CLASSE

di Thomas Fazi

[Ringraziando Stefano Tancredi, Robin Piazzo e Domenico Cerabona Ferrari per il bell’incontro di ieri a Settimo Torinese, riporto il testo del mio intervento, in cui rispondevo alla seguente domanda: «Un singolo Stato può “reggere” dal punto di vista economico l’uscita dalla realtà economica neoliberista dell’UE? Se “no” perché? È più opportuno un processo di riforme economiche nel contesto europeo? Come rapportarsi ai vincoli economici imposti dall’UE? Se si può “reggere” questa uscita come? Quali strategie adottare? Si deve ritornare alla propria moneta? È possibile un’alleanza economica con altri Stati dalla struttura economica più simile alla nostra?»].

La prima cosa da dire è che c’è poco da scegliere. O meglio, la scelta non è se uscire dall’UE o se riformare l’UE, per il semplice fatto che quest’ultima opzione non è praticabile.

L’UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile, perlomeno non nel senso che auspicano gli integrazionisti di sinistra, cioè nella direzione di una riforma dell’UE in senso democratico e progressivo/sociale, men che meno nella direzione di un vero e proprio Stato federale sul modello degli Stati Uniti o dell’Australia.

Come disse il compianto Luciano Gallino poco prima di morire: «Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile», in quanto esso è stato progettato «quale camicia di forza volta a impedire ogni politica sociale progressista, e le camicie di forza, vista la funzione per cui sono state create, non accettano modifiche “democratiche”».

Basti pensare che per “riformare i trattati” è necessaria l’unanimità di tutti e 28 gli Stati membri dell’UE. In altre parole, sarebbe necessario che in tutti e 28 i paesi dell’UE salissero al potere dei governi progressisti che condividono le stesse prospettive di riforma “di sinistra” dell’euro. Ora, non bisogna essere particolarmente pessimisti per capire perché questo non accadrà mai.

E non accadrà mai innanzitutto perché le condizioni economiche, politiche, sociali, ecc. che si registrano nei diversi Stati sono estremamente eterogenee: ci sono paesi che registrano tassi di disoccupazione estremamente bassi (come la Germania) e paesi come il nostro che registrano tassi di disoccupazione altissimi; ci sono paesi che crescono e paesi che non crescono, ecc.

E la ragione non è che ci sono paesi virtuosi e paesi che non virtuosi, come vorrebbe la narrazione dominante: la ragione è che l’architettura dell’eurozona va bene per alcuni paesi – nella fattispecie i paesi che hanno storicamente una forte propensione all’export: vedi appunto la Germania – e non va bene per altri, come il nostro, che invece storicamente sono molto più dipendenti dalla domanda interna.

Detta in altre parole: gli interessi di noi italiani – e in particolare gli interessi dei lavoratori italiani – non sono gli stessi interessi dei lavoratori tedeschi. Questa è la realtà dei fatti: hai voglia a parlare di “internazionalismo”, come insiste a fare la sinistra europeista.

Come scrive Fritz Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institute: «L’impatto economico dell’attuale regime dell’euro è fondamentalmente asimmetrico. È modellato sulle precondizioni strutturali e sugli interessi economici dei paesi del nord, mentre è in conflitto con le condizioni strutturali delle economie dei paesi del sud, che si vedono così condannati a lunghi periodi di declino, stagnazione o bassa crescita».

Ma questa non è una peculiarità dell’eurozona. Questo è tipico di tutte le unioni monetarie ed economiche: poiché i paesi, come è normale che siano, hanno diverse strutture economiche – ma non solo: hanno pratiche sociali, istituzionali, ecc. diverse –, l’unione monetaria o economica finisce sempre per privilegiare un certo modello – di solito quello dei paesi dominanti: nel nostro caso la Germania – a scapito di altri.

Questo succede anche all’interno degli Stati nazionali: basti pensare agli squilibri che si registrano in Italia tra regioni del nord e regioni del sud. La differenza fondamentale è che negli Stati nazionali – cioè nelle federazioni compiute – questi squilibri sono compensati da trasferimenti perequativi (fiscali e di altro tipo) da parte delle regioni più ricche e da parte dello Stato centrale.

Che è esattamente quello che non c’è – e non ci sarà, almeno non nel futuro prossimo – in Europa. È assolutamente impensabile, infatti, che nel breve-medio termine la Germania accetti un sistema di trasferimenti fiscali permanenti nei confronti degli Stati più poveri della periferia. Chiunque conosce un minimo la Germania ed il dibattito tedesco sa che è così.

E non perché la Germania sia “cattiva”, ma perché non sussistono – non sono mai sussistite e non sussisteranno nel futuro prossimo – le condizioni per una reale statualità europea: per la trasformazione cioè dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale. E la ragione di fondo, a prescindere delle questioni più aritmetiche di cui parlavo prima, è che la democrazia – come si evince dal termine stesso – si fonda necessariamente su un demos sottostante: cioè su una comunità politica – che solitamente si contraddistingue per un linguaggio, una cultura, una storia, un sistema normativo comuni e relativamente omogenei, ecc. – i cui membri si sentono sufficientemente uniti non solo da sottostare a un processo democratico e dunque da accettare la legittimità del volere della maggioranza, ma anche e soprattutto da accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche quali appunti le politiche redistributive tra classi e/o regione.

In una parola, senza demos non può esistere democrazia, men che meno una democrazia sociale, cioè solidaristica. E oggi, checché ne dicano i federalisti, un demos europeo semplicemente non esiste: non solo parliamo lingue diverse, ma abbiamo prassi sociali, culturali, ecc. molto diversi.

Dunque oggi – come ieri – la democrazia è possibile solo al livello nazionale perché solo il livello nazionale storicamente è stato in grado di creare le condizioni per l’emergere di un demos. Questo non vuol dire che non possa emergere in futuro un demos europeo, ma proprio la storia della formazione degli Stati nazionali ci insegna che questi sono processi molto lunghi e complessi che richiedono secoli – e da noi il processo è a malapena iniziato.

E questo alcuni dei primi teorizzatori dell’UE – come per esempio Hayek, uno dei padri del neoliberismo – lo sapevano benissimo e anzi ne auspicavano la creazione proprio per questo motivo, cioè proprio perché sapevano che la diversità di interessi presenti all’interno dell’unione avrebbe reso impossibile il tipo di intervento pubblico nell’economia e di politiche redistributive (che osteggiavano) che invece sono possibili all’interno dello Stato nazionale, che presenta una maggiore omogeneità interna.

Dunque, per ricollegarmi a quello che dicevo all’inizio, non si tratta di scegliere tra riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere tra rimanere nell’UE a grandi linee così com’è ora – con tutto quello che comporta in termini non solo di costi economici e sociali ma anche in termini di una ormai sempre più evidente sospensione della democrazia – o uscire dal sistema (in particolare dall’euro ma a mio avviso anche dalla stessa UE) e recuperare quel minimo di autonomia economica e politica – e dunque di democrazia – necessaria per poter tornare a immaginare un futuro diverso dal presente. Cioè per rimettere in moto le lancette della storia. Questa è la scelta che abbiamo di fronte. Tertium non datur.

E anche qua io sono d’accordo sempre con Luciano Gallino, che poco prima di morire era giunto alla conclusione che «il costo economico, politico e sociale delle sovranità perdute a causa dell’euro supera il costo di uscirne». E se guardiamo a quanto ammonta quel conto, è difficile dargli torto.

Ora, per quanto riguarda la possibilità o meno di uno Stato di “sopravvivere” fuori dall’UE, bisogna distinguere tra due livelli: il primo è l’impatto che avrebbe l’uscita nel breve termine; il secondo è la possibilità o meno per uno Stato di sopravvivere nel “mare magnum della globalizzazione” – secondo un’accezione diffusa – fuori dall’UE.

Per quanto riguarda l’impatto di breve termine, è ovvio che ci sarebbe un costo. Ma è anche chiaro a mio avviso che la cosa sarebbe gestibile a livello tecnico. Senza entrare nei dettagli, ricordiamoci che la storia è piena di unioni monetarie che si sono disfatte (basti pensare all’Unione Sovietica, alla Jugoslavia o all’unione monetaria cecoslovacca) così come di paesi che hanno abbandonato unilateralmente delle unioni monetarie (per esempio diversi paesi africani nel corso degli anni hanno abbandonato il franco CFA, l’unione monetaria imposta dalla Francia alle sue ex colonie). E spesso l’hanno fatto in condizioni molto più deboli e tecnologicamente arretrate di quanto non lo sia l’Italia oggi.

Basti pensare al fatto che la stragrande maggioranza delle transazioni e del “denaro” circolante oggi sono digitali; dunque, non ci sarebbe bisogno di stampare e di distribuire alle banche vagonate di banconote da un giorno all’altro, ma in un primo tempo si potrebbe introdurre una nuova valuta a livello digitale. Dunque la cosa è tecnicamente fattibile, anche se ovviamente ci sarebbero dei costi, alcuni dei quali non sono quantificabili perché dipendono da fattori esogeni che sono al di fuori del controllo del paese uscente.

E poi c’è un altro punto: in politica raramente ci sono scelte che beneficiano tutti indistintamente. Ogni decisione politica ed economica tende ad avere degli effetti redistributivi che vanno a beneficio di alcune classi e a scapito di altre classi. Dunque la domanda che ognuno dovrebbe porsi non è se sia nell’interesse “dell’Italia” o meno uscire dall’euro, ma se sia nell’interesse mio in quanto lavoratore precario, in quanto disoccupato, in quanto persona che fatica arrivare a fine mese, in quanto classe lavoratrice, recuperare quelle leve economiche necessarie per rilanciare gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Diverso è il discorso, per esempio, se avete un bel gruzzolo di risparmi in banca o se possedete titoli di Stato italiani. In quel caso sicuramente subireste una perdita netta.

Dunque è importare adottare una prospettiva di classe in queste cose. Così come l’euro non ha fatto male a tutti – e anzi c’è chi ci ha guadagnato molto: in particolare le classi parassitiche, i rentier, ma anche i grandi capitalisti –, allo stesso modo uscire dall’euro non farebbe male a tutti e non beneficerebbe tutti.

Dunque la prima domanda che uno dovrebbe porsi è: «A qualche classe appartengo io?». E sulla base di quello valutare l’auspicabilità o meno di un’uscita.

Questo per quanto riguarda l’impatto di breve. Per quanto riguarda invece l’idea stessa che un paese non possa sopravvivere fuori dall’UE, mi pare che qui si tracimi nel campo della pura ideologia: basta infatti guardarsi intorno per vedere centinaia di paesi – di ogni tipo: grandi, piccoli, medi, sviluppati, emergenti, democratici, autoritari, ecc. – che se la cavano benissimo fuori dall’UE e anzi in molti casi se la cavano molto meglio dei paesi dell’eurozona.

Per limitarci all’Europa, non mi pare che l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, ecc. siano in preda a carestie, more, invasioni di cavallette e altre piaghe di questo tipo; anzi, come sappiamo bene, sono tutti paesi che in media se la passano meglio dei paesi dell’eurozona.

Dunque l’idea che l’Italia – una delle prime dieci economie al mondo – non potrebbe “farcela” fuori dall’UE è un’affermazione semplicemente ridicola. Il problema semmai è psicologico: anni e anni di autoflagellazione – spesso e volentieri fomentata ad arte – ci hanno convinto di non essere in grado di autogovernarci, di avere bisogno del “vincolo esterno” dell’Europa per non sprofondare nella barbarie, ecc.

Ma si tratta, appunto, di un problema psicologico. Basti pensare che prima di Maastricht – dunque di prima di aderire all’UE – l’Italia se la passava molto meglio di oggi. Dunque, a meno di non pensare che in questi trent’anni sia avvenuta una trasformazione antropologica tale da averci reso dei minus habens, è evidente che il problema è perlopiù di natura psicologica. Abbiamo tutte le capacità tecniche, intellettuali, morali per ricostruire il paese. Dobbiamo solo convincercene.

Più in generale, comunque, è del tutto fallace l’idea che oggi staremmo assistendo al declino – se non addirittura alla morte – degli Stati-nazione. Semmai è vero l’esatto contrario.

E a proposito dell’argomentazione per cui l’Italia avrebbe bisogno dell’UE per non essere “schiacciata” dai nuovi giganti dell’economia mondiale come la Cina, vi invito a leggere ciò che scriveva il Financial Times qualche settimana fa: che se oggi tutti i paesi europei – inclusa l’Italia – spalancano le porte agli investimenti cinesi è perché l’Europa non investe: non investono gli Stati, in virtù degli assurdi vincoli di bilancio europei, ma non investono neanche le istituzioni dell’UE.

Dunque, l’Europa, lungi dal proteggerci da questi potenze, ci espone alla loro mercé. Sentite per esempio cosa dice Alberto Bradanini, ambasciatore a pechino tra il 2013 e il 2015, quindi non esattamente un radicale: «L’Italia potrà qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se, dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria, saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20 per cento nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto Belt and Road».

Chiaro? Dunque, per concludere, non solo l’Italia può farcela fuori dall’euro, ma, come dice Bradanini, può farcela *solo* fuori dall’euro.

Cosa significa fascismo nel Ventunesimo secolo?

Un intervista che fa molto discutere

Il postfascismo è un fenomeno globale non omogeneo, privo della dimensione sovversiva dei suoi antenati: non vuole sopprimere il parlamentarismo ma cerca di distruggere la democrazia dall’interno. Un’intervista a Enzo Traverso

Nicolas Allen

Martín Cortés

Enzo Traverso

La lista dei paesi che sono caduti nell’ombra dell’estrema destra si sta allungando: Francia, Italia, Ungheria, Polonia, Austria e adesso anche Spagna e Germania, un tempo su posizioni politiche differenti. Il trionfo di Bolsonaro in Brasile e la presidenza di Trump negli Stati Uniti ha aperto un dibattito su scala planetaria su quello che una volta sembrava un fenomeno soltanto europeo.

Il dibattito torna inevitabilmente sulla questione del fascismo. Come spiegare quei movimenti di estrema destra che evocano la memoria del fascismo ma emergono in un contesto storico radicalmente diverso e parlano un linguaggio differente dal “sangue e suolo” del XX secolo? In I nuovi volti del fascismo (Ombre Corte, 2017) lo storico Enzo Traverso punta la sua attenzione su questo bersaglio in movimento. Il risultato è riassumibile nella formula di “postfascismo”, ossia il tentativo di formulare una risposta che spieghi le continuità e le discontinuità storiche tra il fascismo classico e una destra radicale che in qualche modo al fascismo assomiglia.

Nicolas Allen e Martin Cortés in un intervista con Traverso discutono di come la destra radicale si stia reiventando e come la sinistra, da parte sua, debba reinventare se stessa per non rimanere indietro.

Il dibattito contemporaneo sul fascismo e il populismo spesso rimane impantanato nella semantica. In I nuovi volti del fascismo adotti un approccio differente. Sei più interessato a come queste parole sono usate nel discorso pubblico e a quel che possono rivelarci a proposito degli “usi pubblici della storia”. Ci puoi dire qualcosa, genericamente, sulle fonti di ispirazione del tuo libro?

Le interpretazioni del passato non possono separarsi dal loro uso pubblico nel presente. Sono interessato a concettualizzare il fascismo, ma questo sforzo non è solo storiografico e non è politicamente “neutrale”. Per esempio, distinguo tra fascismo e populismo: il primo porta alla distruzione della democrazia; il secondo è uno stile politico che può prendere direzioni differenti, a volte opposte, ma che di solito rimane interno alla cornice democratica.

Non sono certo su come analizzare la nozione di fascismo oggi. Spesso è abusata. In genere, la minaccia di un ritorno del fascismo è stata una preoccupazione della sinistra. Oggi questa minaccia è diventata un refrain delle élite minacciate dal populismo di destra e dal postfascismo (penso a Madeleine Albright e a Robert Kagan negli Stati Uniti o a Matteo Renzi in Italia).

Ma il tipo di fronte unico “antifascista” che le élite tradizionali propongono nasconde le loro stesse responsabilità nell’aver creato le condizioni che permettono alla nuova destra radicale di emergere e diffondersi dall’Europa dell’est a quella occidentale, dagli Stati Uniti al Brasile.

L’ispirazione generale del mio libro è racchiusa in una domanda: che cosa significa fascismo nel Ventunesimo secolo? Possiamo considerare l’ascesa della nuova destra su scala globale come un ritorno del fascismo classico degli anni Trenta del Novecento, o è piuttosto un fenomeno nuovo? Come definirlo e come contrastarlo?

Sulla base del titolo della tua opera si potrebbe pensare che il soggetto sia il neofascismo. Invece sostieni che la deriva destroide delle politiche europee sia un fenomeno “postfascista”, collegato ma al tempo stesso distante dal fascismo classico. Potresti brevemente spiegarci perché questa differenza è importante?

Il neofascismo – i movimenti che rivendicano l’affiliazione al fascismo classico – è un fenomeno marginale. Alla base del successo della nuova destra radicale c’è il fatto di ritrarre sé stessi come qualcosa di nuovo, sia nel caso in cui non abbiano origini fasciste (Trump, Salvini), sia nei casi in cui abbiano rotto in maniera decisiva con il proprio passato (Marine Le Pen, che ha bandito suo padre dal Fronte Nazionale).

La nuova destra è nazionalista, razzista e xenofoba. In gran parte dei paesi dell’Europa occidentale, almeno laddove la destra radicale sta al potere o si sta rafforzando, adotta una retorica democratica e repubblicana. Ha cambiato il suo linguaggio, la sua ideologia e il suo stile. In altre parole ha abbandonato le vecchie abitudini fasciste ma non è ancora diventata una cosa differente. Non è ancora un normale componente dei nostri sistemi politici.

Da un lato la nuova estrema destra non è più fascista, dall’altro non possiamo definirla senza un confronto col fascismo. La nuova destra è un ibrido che potrebbe tornare al fascismo o trasformarsi in una nuova forma di democrazia conservatrice, autoritaria e populista. Il concetto di postfascismo cerca di fotografare questo scenario. Oggi è impossibile predire la sua evoluzione futura. Al riguardo è importante il confronto con il periodo tra le due guerre mondiali del XX secolo: in entrambi i casi registriamo un’assenza nell’ordine internazionale. Il caos dopo la Grande guerra era il risultato di un collasso del cosiddetto “concerto europeo” – ossia il liberalismo classico del XIX secolo – mentre oggi è una conseguenza della fine della Guerra fredda. Fascismo e postfascismo nascono entrambi da questa situazione caotica e fluttuante.

Tu proponi come esempio da manuale di postfascismo il Front National francese. L’ascesa di Vox in Spagna o di Salvini in Italia ti porta a rimodellare le differenze della definizione di base del postfascismo o ritieni che nel complesso queste forze confermino il tuo disegno concettuale?

Il successo dell’estrema destra in Francia, Italia, Ungheria, Austria, Polonia – e più di recente in Spagna e Germania, due paesi che in genere erano considerati come eccezioni – rafforza una tendenza generale. Il Front National francese è stato un precursore. Tutto questo apre una questione drammatica sul futuro dell’Unione Europea. Non penso che l’Unione Europea possa sopravvivere se questi movimenti postfascisti vinceranno le prossime elezioni europee di primavera, sia nell’Europa occidentale che Centrale. Non scomparirà probabilmente da un giorno all’altro ma il collasso dell’Unione Europea diventerebbe inevitabile nel medio termine.

L’ascesa di questi movimenti “eurofobici”, reazionari e nazionalisti, è tuttavia un prodotto delle politiche realizzate da più di vent’anni dalla Commissione europea. L’Unione Europea è diventata uno strumento del capitalismo finanziario che ha imposto le proprie regole a tutti i suoi governi attraverso una struttura legale stringente, realizzata attraverso un complesso sistema di leggi talvolta iscritto nelle costituzioni.

La conquista più spettacolare delle élite neoliberali è stata trasformare il proprio fallimento sociale – nel 2008 erano state salvate dagli stati – in una crisi finanziaria degli stati stessi, che a quanto pare avrebbero speso soldi oltre i propri mezzi e dovrebbero ora trasformarsi in istituzioni redditizie e competitive. Dopo due Presidenti della Commissione europea come Barroso (oggi consulente di Goldman Sachs) e Junker (ex Primo ministro di un paradiso fiscale come il Lussemburgo); dopo la crisi greca e i dieci anni di politiche di austerità su scala continentale, non stupisce l’ascesa di leader populisti di destra come Matteo Salvini e Viktor Orbán: «Il sonno della ragione genera mostri».

Non possiamo lottare con efficacia contro il postfascismo difendendo l’Unione Europea. È solo cambiando l’Unione Europea che possiamo sconfiggere il nazionalismo e il populismo di destra.

Molte delle tue analisi si riferiscono alla Francia. Là sembra che si possa interpretare la nuova estrema destra come una forma di ritorno del rimosso: questa normalizzazione del Front National è un processo che rende esplicita la storia coloniale e autoritaria alla base della Quinta Repubblica. È così? E questa analisi si potrebbe estendere ad altri paesi che lottano contro l’estremismo di destra?

In Europa l’ondata xenofoba e razzista diretta contro gli immigrati asiatici e africani inevitabilmente assume tinte neocoloniali. Gli immigrati musulmani e i rifugiati, che ne sono il bersaglio, arrivano dalle ex colonie europee. Questo è un “ritorno del rimosso” che rivela una consistente persistenza di un inconscio coloniale europeo. Ma la vecchia retorica coloniale e fascista è stata abbandonata.

Il Front National non è più un movimento di nostalgici dell’Algeria francese. Si raccontano come difensori dell’identità nazionale francese minacciata dalla globalizzazione, dall’immigrazione di massa e dal fondamentalismo islamico. Questo atteggiamento neocoloniale può includere forme repubblicane e “progressiste”: da un lato vogliono preservare le radici cristiane della Francia e dell’Europa contro l’invasione islamica; dall’altro pretendono di difendere i diritti umani (a volte anche di donne e gay) contro l’oscurantismo islamico.

Queste tesi sono molto popolari nei media francesi, ben oltre le fila del Front National: molti intellettuali che non vogliono essere associati a Marine Le Pen sono diventati di fatto suoi alleati, come ad esempio Alain Finkielkraut, che di recente è entrato a far parte dell’Accademia francese. Dopo l’attacco terroristico del 2015 François Hollande e il suo Primo Ministro Manuel Valls hanno adottato politiche suggerite dal Front National: stato di eccezione, coprifuoco, espulsioni di massa di immigrati privi di documenti. Hanno anche provato ad adottare il principio di togliere la cittadinanza ai terroristi con doppio passaporto (ad esempio, cittadini francesi con origini nordafricane).

Ritieni di poter dar credito a termini come “microfascismo” o ad altri concetti che considerano il fascismo una dinamica transtorica interna al capitalismo?

“Microfascismo” sembra una definizione inappropriata dal momento che ci troviamo di fronte un fenomeno globale. Dato che una democrazia autentica ha bisogno di eguaglianza sociale, possiamo dire che, soprattutto nell’età neoliberista, il capitalismo sia finalizzato alla “distruzione” della democrazia, come Wendy Brown ha ben spiegato. Si tratta di una tendenza generale del capitalismo, non di una sua forma patologica o degenerata.

Già dalla prima metà del XIX secolo un pensatore del liberalismo classico come Tocqueville capì che lo sviluppo del capitalismo minacciava quelle che considerava le “affinità elettive” tra società di mercato e democrazia. Tale visione di un’identità tra capitalismo e democrazia divenne un mito nella seconda metà del Ventesimo secolo, nell’età del welfare state.

In effetti questa “umanizzazione” del capitalismo era una conseguenza della Rivoluzione d’Ottobre. Dopo il collasso del socialismo reale e la fine della decolonizzazione, il capitalismo ha riscoperto la sua natura “selvaggia”. Le ineguaglianze sociali sono esplose su scala globale e la democrazia è stata svuotata di contenuto.

Il fascismo ha certamente un carattere “transtorico” – pensiamo alle dittature militari in America Latina negli anni Sessanta e Settanta del Novecento – e non può essere slegato dal capitalismo, che ne era una premessa. Si può interpretare il fascismo come il risultato di una crisi globale del capitalismo ma questo non significa che ne sia l’esito inevitabile. Negli Stati Uniti il risultato della crisi del capitalismo non è stato il fascismo ma il New Deal. Il fascismo appartiene a un tempo storico – il Ventesimo secolo – durante il quale distrusse la democrazia. Oggi il postfascismo ha perso la dimensione sovversiva dei suoi antenati: non vuole sopprimere il parlamentarismo o i diritti individuali, piuttosto cerca di distruggere la democrazia dall’interno.

Scrivi a proposito della “rottura del tabù” del “diritto di parola” di fascisti e estremisti di destra. Tu ammetti anche che l’estrema destra europea abbia ottenuto una qualche legittimazione riempiendo il vuoto lasciato dalla sinistra in seguito alla crisi dei partiti socialdemocratici. Tuttavia fai un’analisi più profonda che affronta ciò che chiami “regime di storicità”. Può spiegare meglio la connessione che tratteggi tra le nostre “democrazie prive di memoria” e l’ascesa dell’estrema destra?

Il postfascismo è un fenomeno globale che non ha caratteristiche monolitiche o omogenee. Il suo esplosivo cocktail di nazionalismo, xenofobia, razzismo, comando carismatico, “identitarismo” reazionario, assieme alle politiche regressive antiglobalizzazione, può prendere forme diverse.

Ad esempio, la forma radicale di neoliberismo sostenuta da Bolsonaro è sconosciuta in Europa, dove il postfascismo è alimentato dalla rabbia e dal malcontento nei confronti delle politiche neoliberiste dell’Unione Europea. Da questo punto di vista mi sembra che una premessa fondamentale per l’ascesa del postfascismo stia nell’assenza di alternative di sinistra al neoliberismo. Sia il comunismo che la socialdemocrazia, modelli egemonici della sinistra del Ventesimo secolo, sono falliti: il socialismo reale è collassato, paralizzato dalle sue stesse contraddizioni, e la socialdemocrazia – lo strumento per umanizzare il capitalismo durante la Guerra fredda – ha esaurito il suo ruolo storico quando il capitalismo è diventato neoliberale. Il socialismo deve reinventarsi.

Nella competizione tra sinistra e destra per reinventare se stesse, il postfascismo è avanti di una misura. Ma a differenza dei suoi antenati, che erano sostenuti dalle classi dominanti dell’Europa continentale negli anni Trenta del Novecento, il postfascismo non è ancora diventato l’opzione principale delle élite neoliberali. Lo potrebbe diventare in seguito a una crisi generale del capitalismo o all’improvviso collasso dell’Unione europea. La paura del bolscevismo, all’origine del fascismo negli anni tra le due Guerre mondiali, non esiste più.

Nel mio libro parlo di un “regime di storicità” neoliberale, i cui orizzonti sono vincolati al presente. Questo è un handicap sia per i movimenti di destra che per quelli di sinistra. Il postfascismo non ha gli orizzonti utopici dei suoi antenati. Non tenta di conquistare l’immaginazione collettiva col mito di un “Uomo nuovo”, del “Reich millenario” e di una nuova civiltà. La logica del postfascismo è piuttosto quella di un “pessimismo culturale”: la difesa dei valori tradizionali e delle identità nazionali “minacciate”; la rivendicazione della sovranità nazionale contro la globalizzazione e la ricerca del capro espiatorio negli immigrati, nei rifugiati e nei musulmani.

Il libro riguarda soprattutto l’Europa. Anche la tua breve trattazione delle politiche statunitensi rifiuta in gran parte l’idea che si possa comprendere Trump attraverso un’ottica fascista. Pensi che possa esserci un più ampio campo di applicazione per il “regime di storicità” che hai descritto? La vittoria di Bolsonaro in Brasile non ci porta forse a considerare il fenomeno del postfascismo su scala globale?

Come molti osservatori hanno messo in evidenza, Trump ostenta tipici tratti fascisti: leadership autoritaria e carismatica, disprezzo per la democrazia, livore verso la legge, esibizione di forza, derisione verso i diritti umani, razzismo esplicito, misoginia, omofobia. Ma non c’è un movimento fascista dietro di lui. È stato eletto come candidato del Partito Repubblicano, che è un pilastro dell’establishment della politica degli Stati Uniti. Questa situazione paradossale non può diventare permanente senza mettere in questione la struttura democratica degli Stati Uniti.

Un dilemma simile, in forma anche più drammatica e impressionante, è in ballo in Brasile dopo l’elezione di Bolsonaro. Che è anche più radicale dei suoi omologhi statunitensi o europei: mentre Marine Le Pen ha rotto con l’antisemitismo del padre e ha adottato una retorica democratica, Bolsonaro fa apologia della tortura e della dittatura militare. Mentre Marine Le Pen e Salvini vogliono ripristinare le politiche protezioniste, Bolsonaro è un fanatico neoliberista.

Ma dietro di lui non c’è Petrobras, il pilastro del capitalismo brasiliano. Come evidenziato da molti analisti brasiliani, dietro Bolsonaro ci sono tre potenti forze conservatrici: “balas, bois e biblia”, ossia l’esercito, i proprietari terrieri e il fondamentalismo evangelico.

In altre parole un classico movimento fascista metterebbe assieme le due cose che mancano a Trump e Bolsonaro: la mobilitazione delle masse e il sostegno unificato delle élite. È così?

Sì, penso questa sia la principale differenza che li distingue dal fascismo classico, anche se le classi dirigenti possono perfettamente adattarsi a entrambi, specialmente in assenza di alternative efficaci. Ma nei paesi dell’Unione Europea questa possibilità non è all’ordine del giorno. I movimenti di massa militarizzati del fascismo classico erano una conseguenza della brutalità delle politiche prodotte dalla Grande guerra. Oggi questo scenario si è realizzato in Iraq, Libia, Siria e Yemen ma non nei paesi dell’Unione Europea, negli Stati Uniti o in Brasile. Questa è la ragione per cui i precursori di Bolsonaro e Trump non sono né Mussolini né Hitler, bensì Berlusconi. Ma una nuova crisi globale potrebbe cambiare il profilo dell’estrema destra in molti paesi.

Una delle sezioni più interessanti del tuo libro riguarda l’analisi della scuola europea di storici “anti-antifascisti” e della loro revisione storica a loro dire “politicamente neutrale”. Perché li ritieni tanto pericolosi e perché sarebbe importante riaffermare la centralità di una storiografia antifascista?

La linea divisoria tra fascismo e democrazia è sia morale che politica. Nell’Europa continentale e, negli ultimi anni, in America Latina, la democrazia è nata dalla Resistenza e dall’antifascismo. Laddove queste lotte hanno creato la democrazia, una democrazia “anti-antifascista” potrebbe solo essere fragile, priva di memoria e di lealtà con la propria storia. La sinistra dovrebbe ricordare questo legame genetico tra antifascismo e democrazia. La democrazia non può essere ridotta a un dispositivo giuridico e politico, alle “regole del gioco”, né è un semplice corollario della società di mercato. La democrazia è una conquista storica delle rivoluzioni politiche e della lotta antifascista. Rompere o negare questo legame storico è la maniera più diretta per distruggere la democrazia.

Hai descritto i recenti “movimenti di piazza” come Occupy Wall Street e gli Indignados spagnoli come un tentativo di inventare un “nuovo comunismo”.  Allo stesso tempo suggerisci che senza una rivisitazione critica del “vecchio comunismo” e senza una riscoperta di alcuni aspetti utilizzabili di questa eredità, la sinistra globale resterà priva di un timone. Dove sono gli aspetti utilizzabili dell’eredità comunista?

Occupy Wall Street e gli Indignados spagnoli hanno espresso il desiderio di un’alternativa, come ha fatto Syriza in Grecia prima del suo spostamento politico nell’estate del 2015. Oggi Bernie Sanders, Jeremy Corbyn e Podemos dimostrano che la sinistra sta cercando nuove idee, nuovi sentieri e nuove speranze. Sanders incarna uno spostamento nella storia della sinistra statunitense, dopo il New Deal degli anni Trenta e la New Left degli anni Sessanta. Dà nuova legittimità all’idea del socialismo in un paese in cui il socialismo non è mai stato egemonico. In Gran Bretagna e Spagna Corbyn e Podemos sono il simbolo di una rottura radicale nella lunga sequenza di social-liberalismo. Queste esperienze sono passi avanti verso l’invenzione di un nuovo modello per la sinistra globale. I vecchi paradigmi sono caduti ma non sono stati ancora rimpiazzati. Un nuovo modello dovrebbe combinare un’interpretazione critica del mondo e un progetto per la sua trasformazione rivoluzionaria, come Marx ha suggerito nelle sue famose “undici tesi”.

Il comunismo ha incarnato questa combinazione di elementi e ha fissato l’orizzonte utopico per il Ventesimo secolo. La mia unica certezza è che una nuova sinistra alternativa per il Ventunesimo secolo sarà anticapitalista, ma non so se chiamerà se stessa “comunista”. Probabilmente inventerà nuovi concetti e immagini, come il socialismo e il comunismo negli ultimi due secoli. Ma una nuova sinistra globale non sarà inventata facendo tabula rasa del passato. Dire che è avvenuta una rottura storica dei modelli del passato non significa dire che una sinistra globale non abbia bisogno di memoria e consapevolezza storica. Una comprensione critica delle sconfitte del passato è inevitabile. Quel che ha aiutato la sinistra a superare le sue sconfitte, dalla Comune di Parigi al colpo di stato cileno del 1973, è stata la convinzione che il futuro appartenesse al socialismo e che anche i fallimenti più tragici fossero solo battaglie perse. Questa fiducia in una finalità storica era gravata da una dimensione teleologica ma al tempo stesso ha dato alla sinistra una forza straordinaria, che oggi non esiste più. La sinistra è rimasta “orfana”. Non può né rivendicare né dimenticare il proprio passato: deve superarlo.

Tu sei scettico verso l’uso politico del populismo per la sinistra. Dato che è una parola spesso usata con significati contrastanti – aggrega fenomeni disparati come La France Insoumise e il Front National – ritieni che il populismo finisca per confondere la linea divisoria tra sinistra e destra. Non sembra far parte delle tue riflessioni il fatto che certi intellettuali di sinistra e partiti politici abbiano abbracciato l’etichetta di “populismo di sinistra”, nel tentativo di tracciare una rotta tra “la piazza” e “le urne”. Pensi che ci sia posto per un populismo di sinistra nella lotta contro il postfascismo?

Dal mio punto di vista il populismo è uno stile politico che può essere condiviso da leader di differenti e a volte opposti orientamenti, sia dello spettro politico di sinistra che di destra. Ma uno stile e una retorica in cui la virtù è incarnata dal “popolo” in opposizione alle élite corrotte definiscono solo la forma e non i contenuti di una forza politica. In America Latina il populismo di sinistra usava la demagogia e spesso assumeva caratteri autoritari, ma il suo scopo era includere le classi subalterne in un sistema sociale e politico. Nell’Europa occidentale il populismo di destra è xenofobo, razzista e rivendica politiche di esclusione sociale.

Come sottolineato da Marco D’Eramo, in molti casi stigmatizzare il populismo rivela un disprezzo aristocratico ed elitario verso il “popolo”. Ma se populismo significa che Corbyn, Sanders e Podemos sono intercambiabili con Salvini, Orban, Trump e Bolsonaro, allora è un concetto completamente inutile o addirittura pericoloso. So che alcuni pensatori radicali considerano il populismo come un’alternativa alla divisione apparentemente obsoleta tra sinistra e destra e spesso al riguardo propongono argomenti di valore. In certe circostanze questo uso del termine populismo può funzionare, ma in un contesto globale di crescita dei movimenti postfascisti rischia di generare pericolosi fraintendimenti.

Per chiudere, volevamo chiederti qualcosa sulla recente controversia riguardo alle posizioni di chi, da sinistra, sostiene la necessità di chiudere le frontiere, che ha sollevato molte domande sulla “sovranità” e sull’uso politico di questo termine a sinistra. Che cosa ne pensi?

Rivendicare “confini chiusi” in un’epoca di “stati cinti da muri” e frontiere militarizzate contro gli immigrati e i rifugiati per me è estremamente pericoloso. Legittima sostanzialmente la xenofobia, le difese reazionarie dell’“identità nazionale” e un ritorno alla sovranità nazionale: un ritornello postfascista. Pensare che la globalizzazione capitalista possa essere contrastata ristabilendo i confini nazionali è un’idea reazionaria, nella misura in cui tutte le questioni cruciali del Ventunesimo secolo, dall’ecologia alle ineguaglianze sociali e agli spostamenti demografici, richiedono una soluzione globale. Fin dalle sue origini l’internazionalismo appartiene alla sinistra e non penso che possiamo abbandonare o rifiutare facilmente l’universalismo. In un’età globale il socialismo dovrebbe riscoprire il significato originale dei confini, come punti di incontro piuttosto che come linee di separazione.

*Enzo Traverso insegna alla Cornell University, è autore tra l’altro di Malinconia di sinistra: Una tradizione nascosta (Feltrinelli, 2016). Nicolas Allen è dottorando in letteratura all’università di Buenos Aires. Martín Cortés è professore di Scienze politiche all’Università di Buenos Aires e autore di José Aricó: Translating Marx and Gramsci in Latin America (Historical Materialism, 2019), di prossima uscita.

Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Alberto Prunetti.

Psyop: operazione Siria

L’arte della guerra. Dopo che per cinque anni si è cercato di demolire lo Stato siriano, ora che l’operazione militare sta fallendo si lancia quella psicologica per far apparire come aggressori il governo e tutti quei siriani che resistono all’aggressione

di Manlio Dinucci da Il Manifesto

Le «Psyops» (Operazioni psicologiche), cui sono addette speciali unità delle forze armate e dei servizi segreti Usa, sono definite dal Pentagono «operazioni pianificate per influenzare attraverso determinate informazioni le emozioni e le motivazioni e quindi il comportamento dell’opinione pubblica, di organizzazioni e governi stranieri, così da indurre o rafforzare atteggiamenti favorevoli agli obiettivi prefissi».

Esattamente lo scopo della colossale psyop politico-mediatica lanciata sulla Siria.

Dopo che per cinque anni si è cercato di demolire lo Stato siriano, scardinandolo all’interno con gruppi terroristi armati e infiltrati dall’esterno e provocando oltre 250mila morti, ora che l’operazione militare sta fallendo si lancia quella psicologica per far apparire come aggressori il governo e tutti quei siriani che resistono all’aggressione. Punta di lancia della psyop è la demonizzazione del presidente Assad (come già fatto con Milosevic e Gheddafi), presentato come un sadico dittatore che gode a bombardare ospedali e sterminare bambini, con l’aiuto dell’amico Putin (dipinto come neo-zar del rinato impero russo).

A tal fine sarà presentata a Roma agli inizi di ottobre, per iniziativa di varie organizzazioni «umanitarie», una mostra fotografica finanziata dalla monarchia assoluta del Qatar e già esposta all’Onu e al Museo dell’olocausto a Washington per iniziativa di Usa, Arabia Saudita e Turchia: essa contiene parte delle 55mila foto che un misterioso disertore siriano, nome in codice Caesar, dice di aver scattato per incarico del governo di Damasco allo scopo di documentare le torture e le uccisioni dei prigionieri, ossia i propri crimini (sull’attendibilità delle foto vedi il report di Sibialiria e l’Antidiplomatico).

Occorre a questo punto un’altra mostra, per esporre tutte le documentazioni che demoliscono le «informazioni» della psyop sulla Siria. Ad esempio, il documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012 (desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa di Judicial Watch): esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione per stabilire un principato salafita nella Siria orientale, cosa voluta dalle potenze che sostengono l’opposizione allo scopo di isolare il regime siriano».

Ciò spiega l’incontro nel maggio 2013 (documentato fotograficamente) tra il senatore Usa John McCain, in Siria per conto della Casa Bianca, e Ibrahim al-Badri, il «califfo» a capo dell’Isis.

Spiega anche perché il presidente Obama autorizza segretamente nel 2013 l’operazione «Timber Sycamore», condotta dalla Cia e finanziata da Riyad con milioni di dollari, per armare e addestrare i «ribelli» da infiltrare in Siria (v. il New York Times del 24 gennaio 2016).

Altra documentazione si trova nella mail di Hillary Clinton (declassificata come «case number F-2014-20439, Doc No. C05794498»), nella quale, in veste di segretaria di stato, scrive nel dicembre 2012 che, data la «relazione strategica» Iran-Siria, «il rovesciamento di Assad costituirebbe un immenso beneficio per di Israele, e farebbe anche diminuire il comprensibile timore israeliano di perdere il monopolio nucleare».

Per demolire le «informazioni» della psyop, ci vuole anche una retrospettiva storica di come gli Usa hanno strumentalizzato i curdi fin dalla prima guerra del Golfo nel 1991. Allora per «balcanizzare» l’Iraq, oggi per disgregare la Siria.

Le basi aeree installate oggi dagli Usa nell’area curda in Siria servono alla strategia del «divide et impera», che mira non alla liberazione ma all’asservimento dei popoli, compreso quello curdo.

Piddini che non capiscono

di Giuseppe Masala

Piddini che non capiscono e che vorrebbero spiegarti che “in Europa si sta come si deve stare ovvero compentendo per primeggiare”. Peccato che sono proprio i loro Leader che ci hanno portato in Europa con “spirito cooperativo” ovvero con le pistole ad acqua, tranguiando di tutto quando gli altri si facevano letteralmente i fatti loro a partire dai tedeschi. Ci siamo piegati a tutto, a partire dalle assurde regole di finanza pubblica che hanno castrato gli investimenti pubblici facendo dell’Italia un paese arretrato e non competitivo sull’innovazione. Non solo, i tedeschi ci hanno mosso una guerra con il dumping salariale da paura obbligandoci ad una rincorsa folle su questa traiettoria che ha demolito la domanda interna. Non solo, non solo, non solo. C’è un altro cecchino che agisce alle spalle oltre al dumping salariale tedesco: il dumping fiscale dei paesi parassiti (Olanda, Lussemburgo e Irlanda) che rendono più conveniente l’investimento finanziario e l’emorragia di capitali privati dall’Italia verso questi paesi piuttosto che l’investimento degli utili conseguiti. In altri termini, anche se per paradosso la legislazione italiana reintroducesse la schiavitù per combattere il dumping salariale tedesco non è detto che basti per riattivare gli investimenti privati visto il dumping fiscale interno all’area europea. E in tutto questo, l’investimento pubblico in ricerca e s sviluppo (ma anche nell’intervento diretto in economia, se il privato non investe, permetti che l’intervento diretto è necessario?).è completamente azzerato a causa delle regole di finanza pubblica imposte da Bruxelles.

E poi c’è la ciliegina sulla torta: una Francia con i conti con l’estero completamente scassati – e che si tiene a galla con i prestiti e gii investimenti dei paesi in surplus – non si arrende a fare quelle manovre di austerità necessarie per stare in Europa come vorrebbero i tedeschi e vuole compensare con un aggressività in politica estera spaventosa. Ormai lo fanno apertis verbis; mandano soldati in Libia per sbattere fuori l’ENI ed impossessarsi delle nostre fonti di approvigionamento energetico. Non è che non ci venderanno petrolio e gas: saranno ben lieti di venderceli ovviamente pagando il profitto alla Total. Della serie se non riesco a sistemare la bilancia commerciale compenso pompando profitti dall’estero sistemando la bilancia delle partite correnti.

E il piddino questo gioco spaventoso, questo terribile trappolone dove siamo caduti, non lo vede. Niente, niente da fare. Sono ottusi, competenti (ovviamente, non lo vedete come vestono bene e le loro cravatte da 100 euro?) ma ottusi.

«La sinistra non si può sviluppare all’interno dell’Ue»

Verso le europee. «Il vero potere legislativo è diviso fra il Consiglio e la Corte di giustizia, quindi il voto per il parlamento di Strasburgo non avrà conseguenze politiche», intervista al sociologo tedesco Wolfgang Streeck, scettico sull’Europa: «È un’istituzione tecnocratica»

di Jacopo Rosatelli da Il Manifesto

Sociologo di fama, il tedesco Wolfgang Streeck si è imposto nel dibattito internazionale con Tempo guadagnato (Feltrinelli 2013), uno dei libri sulla crisi economica più letti e discussi. In Germania è vicino alle posizioni di Aufstehen, il movimento della capogruppo uscente della Linke, Sahra Wagenknecht. Lo abbiamo incontrato a Torino, ospite della Biennale democrazia.

Professore, il 26 maggio si vota nella Ue. Per cosa deve battersi la sinistra europea?

È difficile risponderle, perché non credo si possa sviluppare una strategia della sinistra nell’ambito della Ue. Il vero potere legislativo è diviso fra il Consiglio e la Corte di giustizia, quindi il voto per il parlamento di Strasburgo non avrà conseguenze politiche, anche se popolari e socialisti dovessero perdere la maggioranza.

Eppure lei è stato da poco a Madrid e ha incontrato il gruppo parlamentare di Podemos.

Sì, ma con loro non ho parlato delle elezioni europee. A mio avviso, la sinistra in Europa deve cercare di riconquistare spazi di azione democratica per i popoli. L’Ue è una comunità di governi ed élite nazionali che agiscono a livello continentale per poter realizzare politiche di austerità, sottraendosi alla responsabilità di fronte agli elettori. I popoli della periferia che si ribellano, come in Grecia, poi vengono puniti. Per interrompere questo ciclo serve una radicale democratizzazione di fronte a un’istituzione tecnocratica come l’Ue.

Che lei ritiene irriformabile.

Esatto. È un regime istituzionale talmente strutturato da essere immodificabile. Io credo in una rifondazione dell’unità europea, in un nuovo inizio. L’Ue è nata nell’epoca neoliberale, abbiamo bisogno di istituzioni per l’epoca post-neoliberale. Occorre un sistema di relazioni non verticale, dove il centro comanda sulla periferia, ma orizzontale, con un recupero di autonomia degli stati.

Ri-nazionalizzare la politica, però, non è di per sé un’opzione «di sinistra». Anzi, appare piuttosto il contrario.

Non ho mai capito questo genere di critica alle mie tesi. Noi viviamo oggi in stati nazionali, anche se stiamo nell’Ue. La crisi del 2008 è stata gestita da due stati nazionali, la Germania e la Francia, che hanno imposto le loro ricette secondo un modello imperiale. Quello che chiedo è che i governi nazionali tornino a essere politicamente responsabili di fronte ai cittadini: non sostengo la ri-nazionalizzazione della politica europea, ma la ri-democratizzazione della politica nazionale.

Secondo lei, quindi, chiedere un’Europa sociale è illusorio?

Contrastare la tendenza fondamentale del capitalismo alla concentrazione della ricchezza nel centro a scapito delle periferie è giusto, e da vecchio militante di sinistra mi pongo il problema degli strumenti per attuare una politica egualitaria. L’Ue non è fra questi: bisogna conquistare spazi di azione ‘in basso’ in cui realizzare politiche sociali. Proposte come un’assicurazione europea contro la disoccupazione non sono realistiche, perché presuppongono un mercato del lavoro comune che oggi non c’è. Gli stati devono invece riacquisire la possibilità di un’autonoma politica monetaria. Ora c’è una moneta tedesca che è stata introdotta per tutta l’Europa, senza un governo centrale di tutti.

Ci si potrebbe battere per quello, per un governo europeo democraticamente legittimato.

Ma non potrebbe funzionare. Non c’è nella storia alcun esempio di stati che si siano volontariamente uniti rinunciando alla sovranità.

Ma nonostante ciò noi di sinistra siamo internazionalisti.

Un momento, capiamoci. Nella tradizione del socialismo non c’era l’obiettivo di una «internazionale degli stati», ma dell’internazionale dei lavoratori affinché i capitalisti non li mettessero gli uni contro gli altri, come invece avviene oggi. Lo dico con una battuta: negli anni ’70 noi inviavamo le armi ai vietcong, non lottavamo perché potessero venire in Germania dal Vietnam.

Lei non condivide la parola d’ordine «confini aperti».

Esatto. Io sono favorevole a una politica per l’immigrazione, che è una cosa diversa. La Germania ne ha bisogno, è fuori discussione. Sostenere politiche per l’immigrazione significa guardare alla società nel suo complesso, dire «confini aperti» è un approccio individualistico. O siamo noi, la sinistra, a trovare soluzioni umane e sostenibili socialmente alle migrazioni, o saranno altri a trovarne. E non saranno soluzioni umane.

In Germania l’era Merkel volge al termine. Potrà venire il tempo di un governo progressista?

La sinistra deve trasformarsi, raggruppandosi diversamente, altrimenti scompare. Io ovviamente mi auguro un cambio di governo, ma non bisogna illudersi: anche una coalizione fra Verdi, socialdemocratici e Linke dovrebbe fare i conti con le difficoltà strutturali di realizzare politiche sociali. Se non si mette in discussione il vincolo del pareggio di bilancio, spazi di manovra non ce ne saranno. E attualmente la Spd non mi sembra che voglia davvero rompere con il neoliberismo: uno dei più stretti collaboratori del vicecancelliere Olaf Scholz è l’ex presidente della filiale tedesca di Goldman Sachs.

Che ruolo possono giocare i sindacati tedeschi?

Serve un bilanciamento della politica economica della Germania: meno esportazioni, più mercato interno. Il problema è che il sindacato dell’industria, la Ig-Metall, è stato in questi anni unito in un blocco con il padronato e con il governo per favorire le esportazioni, contenendo i salari. Deve acquisire maggiore peso il sindacato dei servizi, cioè di quella parte di economia che non è orientata all’export, ma alla domanda interna. Ne deriverebbero conseguenze positive per tutta l’Europa. È un cambiamento possibile, ma difficile.

La “Guerra Ibrida” della CIA contro il Venezuela

di Achille Lollo da Contropiano

Nonostante “La Operacion Constitucion” si sia conclusa con il misero e silenzioso ritorno a Caracas di Juan Guaidò, e la cattura dei quattro comandanti del fatiscente “Esercito di Liberazione Venezuelano” (1), attualmente nella regione di Tona, nel dipartimento colombiano di Santander, le “antenne” della CIA e gli ufficiali colombiani della Inteligencia y Contrainteligencia Militar Conjunta-J2, continuano i preparativi per mettere in piedi negli stati venezuelani di Tachira, Zulia, Amazonas e Apure un “foco” eversivo, con l’obbiettivo di promuovere una guerra civile, che coinvolgerebbe la Colombia e quindi l’immediato intervento militare degli Stati Uniti.

Basandosi su questa prospettiva, il 4 marzo, il vicepresidente degli USA, Mike Pence, tornava all’attacco ricordando che “… Il presidente Donald Trump continua fermamente convinto della necessità urgente di derubare il governo presieduto da Nicolas Maduro, anche con una soluzione militare (2) e senza l’autorizzazione internazionale!...”

Una dichiarazione scandalosa che non è stata gradita nemmeno dai lacchè del Gruppo di Lima (3), registrando nuovamente il dissenso dei generali brasiliani e di quelli argentini e anche la discordanza di molti ufficiali superiori colombiani.

Infatti, il 25 febbraio, il vicepresidente del Brasile, generale Hamilton Mourão, presente nella riunione del gruppo di Lima, realizzata nella capitale colombiana, Bogotà, riaffermava allo sbigottito Mike Pence la posizione contraria dei militari brasiliani che, lo stesso generale Mourão aveva annunciato, per la prima volta il 23 gennaio, subito dopo l’incoronamento di Juan Guaidò con il titolo di “Presidente Interino” da parte di Donal Trump. Un pronunciamento che spezzò l’enfasi bellicista della Casa Bianca, poiché, il generale Hamilton Mourão, che in quel periodo ricopriva l’incarico presidenziale in assenza del presidente Jair Bolsonaro, sentenziò: “il Brasile e le sue forze armate non si immischieranno nella politica interna del Venezuela!”.

La posizione espressa dal vicepresidente brasiliano, generale Mourão nella riunione del gruppo di Lima, ha influenzato il posizionamento dei generali argentini, che, nonostante le dichiarazioni belliciste del presidente Macri, in modo categorico hanno ricordato che: “… Le forze armate argentine potrebbero integrare una missione di pacificazione in Venezuela solamente se questa sarà votata e autorizzata dall’Assemblea delle Nazioni Unite!..”.

Nella capitale colombiana – dove il clima politico è sempre più complesso a causa della crisi economica e del permanente stato d’instabilità provocato dalla corruzione e dal narcotraffico -, gli abbracci e le strette di mani del presidente Iván Duque Márquez con il vicepresidente statunitense Mike Pence non hanno convinto i generali dello Stato Maggiore, poiché dopo la decennale e tragica esperienza del “Plan Colombia”, nessuno ufficiale e soldato colombiano vuole più rischiare la vita in una difficile “guerra di selva”, soprattutto con il Venezuela!

In realtà, soltanto l’esplosione di una dilacerante guerra civile, che minacci di danneggiare le infrastrutture petrolifere (pozzi, raffinerie e porti di imbarco), potrebbe convincere il Congresso degli Stati Uniti sulla necessità d’intervenire militarmente in Venezuela e quindi autorizzare i generali del Pentagono a realizzare un “attacco chirurgico” contro il Venezuela.

Un attacco che l’ammiraglio Craig Faller, capo del comando meridionale delle forze armate degli Stati Uniti (SouthCom), nel passato mese di ottobre, in una seduta del Comitato del Senato per la Difesa, definì “rischioso”, perché “… l’esercito bolivariano è strutturato in maniera orizzontale, con circa duemila generali che comandano e controllano i differenti settori della difesa territoriale …”.

Anche, Galen Carpenter, analista del conservatore “Cato Institute” e specialista di questioni militari internazionali, in un’intervista a “BBC News Mundo” sottolineando i rischi ricordava che: “… Nonostante possano esistere dei motivi di divisione interna, è certo che la maggior parte delle forze dell’esercito bolivariano si mobilizzeranno per respingere l’invasione..”.

Un argomento che non trova impreparati gli ufficiali delle FANB. Infatti, nel 2018, il generale venezuelano Jacinto Pérez Arcay (4), subito dopo la decisione del governo bolivariano di sostituire il dollaro con il yuan cinese nelle operazioni di vendita del petrolio, presentò allo Stato Maggiore delle FANB e allo stesso presidente Maduro, uno studio dettagliato sulle possibili operazioni del SOUTHCOM, realizzate per aprire il cammino all’invasione terrestre delle truppe statunitensi.

Sempre secondo il generale Jacinto Pérez Arcay e altre fonti dell’intelligenza militare delle FANB “… la prima operazione bellica del SouthCom sarebbe un attacco chirurgico con aerei e missili contro le basi aeree di Palo Negro e di Barcellona e contro la base navale di Puerto Cabello”.

Secondo il capo del Pentagono, il generale Jim Mattis, per determinare la dissoluzione dell’organizzazione dell’esercito venezuelano e quindi favorire l’eventuale arrivo dei marines statunitensi con la funzione di pacificare e non di combattere, l’attacco aereo chirurgico dovrebbe essere realizzato su tutti gli obbiettivi militari del Venezuela senza soffrire nessuna perdita. Infatti, per il generale Mattis, la dissoluzione organica delle FANB è sempre stata la condizione “sine qua non” per realizzare in poco tempo e senza gravi perdite l’invasione del Venezuela per instaurare un nuovo governo. Per questo il capo del Pentagono ha sempre avvisato il presidente Donald Trump che “… Senza questa condizione l’attacco potrebbe diventare una tragica avventura!”.

Un argomento che il generale Jim Mattis ha più volte ribadito al presidente Donald Trump, ricordandogli anche che senza la partecipazione e soprattutto senza la logistica dell’esercito brasiliano e di quello colombiano, il coinvolgimento dei “marines” in Venezuela risulterebbe estremamente rischioso. Una posizione, che secondo alcuni analisti, è stata una delle cause per il suo licenziamento da parte di Trump, dall’incarico di segretario alla Difesa. Da sottolineare che anche i generali H.R. McMaster, John Kelly e Michael Flynn, tutti assunti e poi licenziati dal presidente, hanno avuto autentici diverbi con Donald Trump a causa delle problematiche politiche e militari connesse alla questione venezuelana.

La guerra nelle mani della CIA

Di conseguenza, Mike Pompeo – l’eminenza grigia del governo Trump – senza il parere vincolante dei generali, ha potuto conferire alla CIA la responsabilità assoluta della pianificazione e della realizzazione di tutte le operazioni eversive necessarie a provocare una crisi profonda e distruttiva nel Venezuela, capace di distruggere la capacità di resistenza del governo di Nicolas Maduro.

In quest’ottica, ed avendo ricevuto il palese appoggio di molti paesi “democratici” dell’Unione Europea, il governo Trump ha triplicato il cosiddetto “fondo per il ristabilimento della democrazia in Venezuela”, che adesso supera i 120 milioni di dollari. A questi si devono aggiungere i fondi per le “operazioni top secret” della CIA in Venezuela, che secondo alcune indiscrezioni sono stimate in ottocento milioni di dollari per il solo anno in corso. E’ quindi, su questa base che la CIA ha potuto rafforzare la collaborazione con i servizi segreti brasiliani e i colombiani e con i settori dell’ Intelligenza militare brasiliana e quella colombiana, per capire cosa stia succedendo all’interno del Venezuela.

Infatti, per gli analisti di Langley è importante sapere fino a che punto i diversi settori dell’opposizione sono ancora credibili, che tipo di mobilizzazioni sarebbero in grado di realizzare e se esistono le condizioni e la capacità di creare un “foco eversivo urbano” nelle principali città del Venezuela, nello stesso tempo in cui i gruppi paramilitari orchestrerebbero un “foco eversivo rural” negli stati che confinano con la Colombia.

La divisione all’interno dell’opposizione, dopo l’avventura di Juan Guaidò e la conseguente inattività dei partiti oppositori, ha spinto la CIA a ricorrere all’azione del terrorismo-cibernetico, che rimane l’unico elemento di conflittualità attiva di questa guerra ibrida, sempre più isolata in termini politici, anche a livello di classe media.

Purtroppo negli ultimi trenta giorni, il terrorismo-cibernetico ha provocato seri danni all’economia con diversi sabotaggi alle linee di trasmissione e ai centri di erogazione di energia elettrica. Di fatto, il 7 marzo si è registrato il primo blackout nazionale, che è durato 60 ore, paralizzando tutte le reti informatiche del paese.

Sabotaggi che non hanno ridotto la fiducia nei confronti del governo da parte della maggioranza della popolazione. Al contrario, i Blackout hanno provocato un maggiore discredito nei confronti dei partiti dell’opposizione venezuelana, soprattutto di quelli che sostengono la necessità di un cambio politico immediato, ricorrendo a tutte le forme di lotta incluso quelle violente. Per questo motivo, e per mascherare l’insuccesso politico, il presidente Donald Trump e l’eminenza grigia dei NewCons (5), Mike Pompeo, sono tornati a sventolare la bandiera della soluzione militare, stimolando la guerra psicologica dei media, sperando in una resurrezione dell’opposizione.

A questo punto la congiuntura politica che si è creata nel Venezuela presenta tre interrogativi: 1) Perché il presidente Donald Trump e il gruppo dei “NewCon”, pur sapendo che l’opposizione è praticamente delegittimata, insistono nel voler derubare urgentemente e a tutti i costi il governo di Nicolas Maduro? 2) Perché Mike Pompeo ha valutato “interessante” il progetto eversivo formulato dalla CIA (distruzione economica progressiva del Venezuela)? 3) Perché John Bolton ha archiviato il parere dei generali del Pentagono, secondo i quali lo sviluppo delle azioni eversive rafforzerebbe la posizione di Maduro e il ruolo dell’esercito bolivariano, annullando la missione pacificatrice dei “marines” statunitensi e la possibilità di “ristabilire la democrazia” senza colpo ferire?

Per rispondere a queste domande è necessario ricorrere alle analisi di alcuni scienziati politici specializzati in “geo-strategia dei blocchi dominanti”. In particolare quelle del professore brasiliano, José Luis Da Costa Fiori (6), che nel mese di agosto del 2018 pubblicava un articolo in cui analizzava il nuovo ruolo della cosiddetta “Guerra Ibrida”, come parte integrante della politica geo-strategica del governo di Donald Trump, intesa come tentativo estremo per imporre il controllo statunitense su tutti gli stati del continente latinoamericano attraverso una guerra di bassa intensità.

Infatti, per il professore Fiori, il termine “Guerra Ibrida” identifica l’evoluzione della tradizionale soluzione militare (bombardamento e invasione dei marines) e dello storico tentativo di colpo di stato castrense con una “Guerra di Quarta Generazione”, in cui il Dipartimento di Stato, la CIA e la Casa Bianca articolano nello stesso tempo una serie di attacchi (economici, giuridici, finanziari, diplomatico, mediatico, politico, psicologico, eversivo e cibernetico), con l’obbiettivo di destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, smobilizzare il movimento chavista e, soprattutto, disarticolare le forze armate bolivariane.

L’urgenza di una “Guerra Ibrida”

L’elemento chiave di questa “Guerra Ibrida” è l’urgenza del governo imperialista di Donald Trump di voler mettere in moto, “a tutti i costi”, la complessa molteplicità degli elementi eversivi di questa “guerra di bassa intensità”, dove il principale obbiettivo sarebbe la realizzazione di un’apparente ribellione popolare spontanea, capace di assorbire i principali rami dell’esercito ed i settori operai più dinamici delle imprese energetiche e petrolifere statali.

Quindi se consideriamo che la cosiddetta “complessa molteplicità sovversiva” ha i suoi tempi per affermarsi nel contesto politico-istituzionale venezuelano, risulta evidente che non può essere improvvisata e tantomeno può essere accelerata. L’esempio più evidente è stato il fallimento dell’”Operacion Constitucion”.

Di fatto, il governo di Donald Trump, dopo che il governo bolivariano è riuscito ad aggirare gran parte delle sanzioni finanziarie, ha opportunisticamente giocato la carta del “presidente ad interim”, sperando che l’opposizione fosse capace di realizzare una “rivoluzione colorata”, con cui poter imporre un nuovo governo totalmente dipendente dalla Casa Bianca e dalle multinazionali. In realtà la CIA, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno cercato di realizzare una seconda “Operazione Maidan”(7) a sud dell’equatore.

Il fallimento di questo progetto acuisce sempre più le critiche degli industriali del petrolio statunitensi legati a Rex Tillerson, dirigente della multinazionale Chevron, anche lui assunto e poi licenziato in tronco dal presidente Trump. Il malumore delle imprese petrolifere statunitensi è dovuto al fatto che – senza i 1.300.000 barili al giorno di petrolio venezuelano – adesso sono obbligati ad importarlo dall’Arabia Saudita a prezzi più alti, mentre prima delle sanzioni decretate da Trump contro la PDVSA, tutte le raffinerie del Texas usavano petrolio del Venezuela.

D’altra parte, le sanzioni di Trump non hanno paralizzato la produzione della PDVSA, poiché l’OPEC ha fissato nuove quote di produzione, con prezzi più alti, e Cina e India hanno immediatamente siglato nuovi contratti di acquisto con la PDVSA, comprando tutte le quantità di petrolio che anteriormente erano destinate agli Stati Uniti attraverso l’impresa CITGO Petroleum Corporation. Da sottolineare che i nuovi contratti della PDVSA non sono stati sottoscritti in dollari ma in Yuan, cioè la moneta cinese che attualmente Russia, Cina e India utilizzano negli scambi commerciali bilaterali.

L’uso dello Yuan, come pure della cripto-moneta creata dal governo bolivariano, è in realtà, il vero motivo dell’urgenza geo-strategica della Casa Bianca nel voler destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, che con questo tipo di transazioni commerciali contribuisce ad indebolire il potere del dollaro nel mercato finanziario mondiale.

E’ tassativo ricordare che la guerra di aggressione degli Stati Uniti contro l’Iraq, come pure quella contro la Libia, scoppiarono quando Saddam Hussein e poi Gheddafi tentarono di uscire dall’area del dollaro, vendendo i titoli del debito statunitense per comprare oro, argento, diamanti, per poi usare l’Euro come moneta base nella vendita di petrolio e gas.

A questo punto non bisogna dimenticare che quindici giorni prima dell’attacco “umanitario” alla Libia da parte degli aerei della NATO, la Banca d’Inghilterra si appropriò della riserva di oro della Libia, negando al presidente Gheddafi di procedere al trasferimento presso la Banca Centrale di Tripoli. Sarà una casualità, ma anche il governo venezuelano ha sofferto lo stesso “esproprio” da parte della Banca d’Inghilterra, quando il presidente Maduro richiese il rimpatrio della riserva di oro del Venezuela, depositata in quella banca fin dagli anni settanta!

L’ultima giustificazione dell’urgenza della “Guerra Ibrida” riguarda il tentativo da parte degli USA d’interrompere la presenza delle imprese cinesi e indiane in Venezuela, garantendo allo stato bolivariano nuove forme di ricchezza con lo sfruttamento di numerosi giacimenti minerari, in particolare quelli di coltan e di oro (8), e la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali.

Una presenza, soprattutto quella cinese, che la Casa Bianca considera un pericolo, poiché le sue imprese alimentano in tutta l’America Latina la possibile alternativa alle rigide regole imposte dal FMI e dalle multinazionali statunitensi ed europee, oltre che presentare invidiabili soluzioni tecnologiche che rompono l’egemonia dei conglomerati di Wall Street.

Un contesto che ci fa scoprire una seconda casualità con il Nicaragua, quando le imprese cinesi avrebbero dovuto iniziare i lavori per la realizzazione di un secondo canale che unirà l’Oceano Atlantico con il Pacifico. Anche in Nicaragua, come in Venezuela l’opposizione cominciò la contestazione del governo di Daniel Ortega, volendo a tutti i costi la sua rinuncia in nome del cosiddetto “cambio democratico”!

Resistenza e preparazione combattiva delle FANB

La grande riforma geostrategica e la ristrutturazione del sistema di difesa nazionale, che il presidente Hugo Chavéz mise in atto subito dopo il fallito colpo di stato del 2002, fu considerata da tutti i governi che si sono succeduti nella Casa Bianca un autentico “atto di guerra”. Il rafforzamento militare delle forze armate venezuelane, voluto e coordinato dallo stesso Comandante Chavez, dette inizio ad una progressiva conflittualità che il governo degli Stati Uniti ha accentuato negli ultimi dieci anni. Una conflittualità latente che, con il governo di Donald Trump, si è trasformata poi in una guerra silenziosa a bassa intensità.

Comunque, il motivo principale del conflitto che ha spinto i generali del Pentagono a considerare lo stato bolivariano “irrecuperabile come quello cubano”, è appunto di natura strategica oltre che militare. Infatti, i nuovi concetti di difesa territoriale e i nuovi meccanismi di organizzazione militare che il presidente Hugo Chavez ha introdotto nelle forze armate venezuelane hanno cancellato a una velocità pazzesca le metodologie organizzative e i concetti teorici importati dalle accademie militari degli Stati Uniti. Bisogna ricordare che negli anni sessanta l’esercito venezuelano era considerato il pupillo del Pentagono, presentato come il modello per tutti gli eserciti del continente sudamericano.

Comunque, il Comandante Chavez – seguendo l’esperienza delle FAR cubane – oltre ai fondamenti teorici, modificò tutta la struttura del sistema di difesa, investendo vari miliardi di dollari per comprare nuove armi tecnologicamente più avanzate e dotare tutte le unità, incluso i reparti della “Milicia”, di un sistema di comunicazioni di ultima generazione. Materiale bellico prodotto dalle imprese russe che, subito dopo la fine della Guerra Fredda, hanno superato l’efficienza bellica di molte industrie militari degli Stati Uniti o dei paesi dell’Unione Europea. E’ il caso dei caccia bombardieri Sukhoi e soprattutto del Sistema di Radar e Missili di Difesa Aerea S-300VM, prodotto dal’impresa russa Antey-Almaz.

L’elemento più importante della riforma geostrategica e militare di Chavéz non è solo l’introduzione di nuove armi tecnologicamente avanzate, ma soprattutto la strutturazione del potenziale bellico nelle nuove linee di difesa tracciate nel paese. Inoltre, la grande innovazione è stata la creazione del Comando di Difesa Aereo-Spaziale (CODAI), che è il ramo operativo della difesa subordinato, in linea diretta, al Comando Strategico Operativo (CEOFANB), con sede in Caracas.

Quindi, con l’implementazione di una nuova concezione di difesa territoriale, intesa come elemento fondamentale dell’alleanza politica delle forze armate con il popolo, è stato effettivamente facile trasformare l’antico esercito – che era soggetto alle despoti intenzioni delle oligarchie -, in autentico esercito popolare, in permanente mobilità per difendere la sovranità e la legittimità del governo bolivariano.

Una condizione che ha permesso la rapida crescita, intellettuale e politica, del corpo degli ufficiali e dei soldati di leva, promovendo la formazione di una “Milicia Nacional Bolivariana”, perfettamente armata e organizzata per integrare il sistema di difesa territoriale nazionale al lato delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane).

Come nelle FAR cubane e in tutti gli eserciti che sono nati per difendere una prospettiva rivoluzionaria, anche nelle FANB l’elemento che maggiormente ne contraddistingue l’organizzazione e la struttura è, senza dubbio, la preparazione politica combattiva, che trasforma il soldato e l’ufficiale in un soggetto politico attivo e presente nell’evoluzione del contesto sociale ed economico del paese. Per questo motivo tutti gli appelli dell’opposizione per una diserzione di massa o per realizzare un colpo di stato contro il governo bolivariano di Nicolas Maduro sono falliti.

Comunque, l’elemento che ha maggiormente irritato i generali del Pentagono è stata la decisione del presidente Nicolas Maduro d’installare in tutte le regioni di frontiera il Sistema di Difesa Aereo S-300VM. In questo modo qualsiasi tentativo di penetrazione nello spazio aereo venezuelano da parte di missili, aerei-spia o cacciabombardieri è immediatamente individuato dai radar, che hanno una capacità di lettura efficace fino a 10.000 metri di altezza e 300 chilometri in linea di superficie. Chi cerca di violare lo spazio aereo venezuelano senza autorizzazione è abbattuto dal sistema di difesa anti-aera, che è composto da cinque linee di fuoco: 1) Cannoni antiaerei da 20 e 40mm; 2) Missili portatili MANPADS Igla5 con un raggio d’azione di 5.000m.;3) Missili S-125 PECHORA 2M con raggio d’azione 20.000m; 4) Missili BUK-2ME con raggio d’azione di 25.000m.; 5) Missili S-300VM con raggio d’azione di 30.000m.

Un contesto che è sempre stato presente nelle difficili riunioni dei generali Jim Mattis e John Kelly con Donald Trump, e a Mike Pompeo sulla necessità di realizzare un “bombardamento chirurgico” con cui distruggere gli obbiettivi strategici del Venezuela. Infatti, Donald Trump e Mike Pompeo, non avendo nozioni di tecnologia militare, non hanno mai capito che con la creazione da parte del CODAI venezuelano (Comando di Difesa Aereospaziale Integrale) di un’efficiente area di esclusione aerea (NOTAM A0 160/19) era estremamente rischioso realizzare missioni di bombardamento aereo. Questo perché tutto lo spazio aereo venezuelano risulta protetto dai missili S-300VM, incluso lo spazio aereo marittimo che si estende fino alle isole di Curaçao, Aruba e Bonaire!

In realtà i radar venezuelani controllano perfettamente l’attività aerea a più di 100 chilometri dalle proprie frontiere. In particolare gli spazi aerei della regione colombiana di Cucuta e quella brasiliana di Pacaraima che, secondo il piano eversivo “Operacion Constitucion”, avrebbero dovuto essere il punto di partenza della sognata invasione statunitense mascherata con l’invio dei generi alimentari.

In pratica il presidente Nicolas Maduro, seguendo l’orientamento di Hugo Chavéz, ha completato l’istallazione delle batterie di missili S-300VM in tutto il paese, proteggendo tutto lo spazio aereo del Venezuela con un autentico ombrello armato di missili anti-aerei, guidati da potenti radar russi, capaci di annullare fino a 300 chilometri qualsiasi tipo interferenza elettronica!

A questo punto, vista l’impossibilità di promuovere un’insurrezione popolare, risultando impraticabile un colpo di stato e irrealizzabile un Impeachment contro il presidente Nicolas Maduro, gli uomini della CIA cercano di sfiancare e di delegittimare il governo bolivariano con i sabotaggi cibernetici (9), che sono l’ultimo capitolo della guerra ibrida inventata da Mike Pompeo e Donald Trump!

Note

1— Il 1 febbraio le unità speciali dell’Esercito e del SEBIN catturavano nell’autostrada José Antònio Paez i primi due auto-denominati Comandanti del nascente “ELV”, gli ex-colonnelli in pensione Oswaldo Garcia Palomo e José Acevedo Montonès. In seguito erano catturati gli altri due “comandanti” Antonio José Labichele Barrios e Alberto José Salazar Cabana.

2— Il 4 febbraio il Presidente statunitense, Donald Trump, in un’intervista alla CNN, ribadiva “…la volontà della Casa Bianca di derubare il “dittatore venezuelano” anche con una soluzione militare …”.

3 – Il “Gruppo di Lima” fu formato all’interno dell’OSA (Organizzazione Stati Americani) per isolare diplomaticamente il governo bolivariano e appoggiare l’eversione dell’opposizione.

4— Jacinto Péerez Arcay, Generale, esercita l’incarico di Capo dello Stato Maggiore del Comando delle Forze Armate Nazionali.

5—New-Con (Nuovi Conservatori) è il gruppo creato all’interno del partito Repubblicano da Mike Pompeo e John Bolton, che ha sempre sostenuto Donald Trump.

6-José Luis Da Costa Fiori, è un accademico brasiliano specializzato in macroeconomia politica internazionale, che è stato analista del BID (Banca Internazionale per lo Sviluppo) per poi insegnare durante per due anni (2005/2006) nell’Università di Cambridge.

7— Operazione Maidan, è il codice del progetto eversivo che la CIA e il Dipartimento di Stato utilizzarono per rovesciare il governo dell’Ucraina.

8—La Banca Centrale Russa è stata il principale acquirente globale di oro nel 2018. Nello specifico, essa ha venduto tutti i titoli di Stato USA che aveva in bilancio, acquistando nel contempo 274,3 tonnellate di oro. In questa maniera, la Federazione Russa è diventata il quinto possessore al mondo di oro dopo gli Stati Uniti d’America, la Germania, la Francia e l’Italia.

9— Giovedì 7 marzo, il Venezuela è stato l’obiettivo di una serie di attacchi cibernetici sul sistema di controllo della centrale idroelettrica di El Guri. Dopo il Black out, un nuovo attacco è stato orchestrato contro il paese, questa volta nelle strutture della frangia petrolifera dell’Orinoco, la più grande riserva di greggio del pianeta. Il governo bolivariano ha detto che questo sabotaggio è stato effettuato con una tecnologia che solo il governo degli Stati Uniti possiede per generare un Blackout in tutto il paese.